DIARIO DI BORDO


DUBAI, 10 AGOSTO2004
 
 L’aeroporto di Dubai è uno di quei non-luoghi uguali in tutto il mondo. Tuttavia, il  proliferare di questa incredibile babele mi fa capire di essere veramente al crocevia di più continenti: Africa, Asia, Europa, America.
Mi vien da ridere pensando ai titoli sui nostri giornali: “Invasione di stranieri in Italia!”. Ci sentiamo sempre così al centro del mondo che non pensiamo neppure per un istante che magari ne siamo soltanto una poco trafficata periferia.
Finalmente abbandono l’orda vacanziera degli italiani che si disperdono ciarlando allegramente per le mete più disparate ed esotiche del pianeta con sottobraccio quegli inutili giornali di gossip. E io resto così, ad ascoltare le mille lingue che mi circondano.
“Ffffreddo!”. In aeroporto la temperatura è bassissima ovunque. La cosa risulta ancor più evidente nel momento in cui usciamo per prendere la navetta che ci porta all’albergo: un caldo incredibile che toglie il fiato.
Il condizionamento condiziona. Non avevo mai pensato all’etimologia di “condizionamento” e quanto questo dia dipendenza.
La camera d’albergo è una specie di frigorifero. Spengo immediatamente il condizionatore. Malgrado ciò, la camera resta fredda per tutto il giorno successivo. Al mattino vorrei aprire la finestra. Impossibile. Sono vetri fissi.
Tutto il mondo è paese. Mi  viene in mente l’ultima volta che andai in California. Stesse sensazioni. Stessi pensieri...la chiamano globalizzazione, forse dovremmo iniziare a chiamarla con il suo nome più corretto: americanizzazione.
Tutto lo dice anche qui: dai bei bambini biondi e vitaminici delle pubblicità - ma con i lineamenti arabi (chissà con che cura li scelgono perché non sarà così facile trovarli) - alle ossigenatissime presentatrici dei talk show.
E poi la camera d’albergo: big size. I letti? big size! Alle pareti: vista di Dubai alla maniera di Turner. Dubai pare essere fortemente sedotta da questo modello. Latouche  lo dice chiaro e forte: “La forza di seduzione del progetto modernista, combinata con il trionfo planetario dell’Occidente come potenza reale ed immaginaria, rende tanto più credibile questa visione in quanto l’uniformazione del mondo cancella sempre più le tracce di valori, d’istituzioni e di concezioni diverse che potrebbero attestare un pluralismo e nutrire la prospettiva di un altro destino”.
È proprio questo che sento essere negato, il pluralismo. La varietà di modelli culturali ed economici. Certo, sto vedendo una parte infinitesimale di questo mondo, ma è quello che vedo. E poi, ma come faranno a trovare tutta l’acqua necessaria per avere questi meravigliosi “green” da far impallidire perfino gli altezzosi maestri anglosassoni? La cosa mi appare violenta e artificiale anche perché agli angoli non irrigati, emerge naturalmente il deserto.
Forse sarà “naturale” anche questo bisogno umano di dominio sulla natura. Ma dove ci porterà il delirio di onnipotenza? Noi che siamo capaci di far crescere le palline da golf nel deserto?...comincio ad essere davvero stufo di rispondermi “lascio ai posteri facile sentenza”...
 

KHARTOUM, 11 AGOSTO 2004
 
 Khartoum è frenetica, caotica, una vera città africana. Le strade sono enormi piazze. Persone che camminano in apparenza senza meta, persone che lavorano accovacciate a terra, persone che dormono. Un gigantesco cantiere con case che sorgono dal deserto senza, in apparenza, nessuna logica.     
Il lotto dove nascerà il nuovo ospedale cardiochirurgico di Emergency è situato ad una ventina di chilometri da Khartoum, in un piccolo villaggio chiamato Soba.
In una lingua di terra che affaccia sul fiume Nilo, enormi e magnifici manghi ci danno il benvenuto. Oggi si piegano ferri per fare un plinto di fondazione per il trasformatore elettrico dell’ospedale. Nulla di teorico…c’è da muovere le mani.
Dopo anni di cantiere a dare disposizioni ad altri, è una bella sensazione mettere le mani in prima persona nella materia. Anche questo significa essere un logista di Emergency: essere sempre pronti a repentini cambiamenti, a fare anche le cose più piccole o le più faticose.
La mattina è turbata dal passaggio a bassissima quota di nove elicotteri da combattimento. Nulla di cui preoccuparsi, tanto per ricordarci che questo è un paese totalmente militarizzato.
Intanto bisogna avere una certa attenzione con gli attrezzi metallici perché sotto il sole “possono diventare leggermente roventi” visti i 43 gradi che segna il termomemtro. Ci si arrangia un po’ con tutto, riciclando qualunque cosa. E qui sì che si ricicla tutto. Non  per presa di posizione politica, ma per necessità.
Il materiale da costruzione, anche se nuovo, è quasi sempre di bassa qualità. Federico  commenta che tutto quello che trovi a basso prezzo, prodotto in occidente o più spesso in  Cina, è spazzatura, probabilmente scarti di lavorazione o seconde\terze\quarte\ scelte. È comunque difficile fare un lavoro “bene” secondo i nostri standard europei, proprio per la scadente qualità del materiale reperibile sul mercato.
La sera, vista la presenza di “doctor Gino”, siamo invitati a una cena dal governatore della regione di Khartoum e dal Ministro della Sanità,  i quali cercano di capire meglio i programmi di Emergency in Sudan. La cena si svolge nel centro commerciale di Khartoum, il luogo più alla moda in questo momento.
Dalle strade brulicanti di gente, di miseria e di traffico caotico, entriamo in questo non-luogo, che potrebbe essere ovunque al mondo. Lucido, ricco, condizionato e condizionante.  Ma qui non è come ovunque! Perché la gente ha trasformato questo “non-luogo” in un “luogo”. Non si ha la sensazione di spaesamento che si prova nei centri commerciali occidentali, dove tutti corrono in fretta girando ipnotizzati con lo sguardo assente. Qui al contrario, si ha la sensazione che ci sia una forma di appropriazione dello spazio, che sia uno spazio che abbia ripreso vita. QUI LE RELAZIONI SOCIALI HANNO ANCORA UN SENSO.
A cena intanto, Gino Strada mantiene la promessa combattiva che ci aveva fatto riguardo la volontà di rendere totalmente gratuiti gli ospedali di Emergency nel Darfur e a Khartoum. Così, cerca di convincere il Ministro che la sanità è un diritto e che deve essere totalmente gratuita e pubblica, cosa che suona provocatoria per un paese come il Sudan, dove la sanità, come in tanti altri paesi africani, è a pagamento.
Le parole che avevo ritagliato da un bollettino di Emergency, prima di partire, cominciano a prendere senso: “(…) riconoscere il valore di ogni essere umano è costruire la pace. E tutto ha un significato ogni volta unico e nuovo, se l’essere umano ha il nome, il volto, il corpo di una persona viva, che poteva non esserlo più”.
Il ministro cerca di sfuggire l’argomento, ma doctor Gino insiste senza sosta fino al dopo cena, facendoci temere un finale burrascoso che poi, fortunatamente, non avviene.
 

KHARTOUM, 12 AGOSTO 2004

Arriva l’idraulico. In taxi! Appena smonta dal mezzo, chiede immediatamente in prestito gli attrezzi per svolgere il lavoro. Dopo un primo momento di incredulità e una breve contrattazione, concediamo le chiavi inglesi per aprire alcune valvole d’irrigazione che sono da sostituire. Per il resto lo invitiamo ad arrangiarsi. A quel punto compaiono dal baule del taxi, come per miracolo, gli attrezzi mancanti.
Il lavoro è una contrattazione costante che a volte snerva. Colpisce la totale tranquillità, il disordine, la casualità, con cui vengono fatte le cose.
“Licenze d’autore" tipo: all’ordine: Piastra di ferro dimensioni 90x90cm. All’arrivo: Piastra di ferro dimensioni 91x92cm. con una pezza riportata nell’angolo.
La spiegazione è che spesso le materie prime sono di riciclo e quindi ci si deve arrangiare con quello che si trova. Le saldatrici mettono paura solo a vederle: due accumulatori e fili che corrono nella sabbia. Del resto ci meravigliamo continuamente di come gli impianti elettrici, sempre rattoppati e volanti, non provochino stragi di fulminati.
È un mondo di bricolage dove anche una chiodo resta buono per un futuro utilizzo. Gli operai in cantiere (profughi di una tribù del Sud fuggiti dalla guerra) hanno recuperato tutto dalla demolizione di misere catapecchie: porte, travi, pezzi di ferro… Tutto buono per farsi la casa.   
A cena si cucina un aglio, olio e peperoncino mentre Mario (infermiere di Savona) mi racconta di Baghdad e Kabul: tutto sembra così vicino a sentire le sue parole…Si cena tutti insieme perché domani partono Gino e Rossella.
Un aereo vola a bassa quota lasciando tra noi una scia di inquietudine.  Gli aerei hanno cambiato rotta. Mah...
Doctor Gino ci inchioda per ore con racconti sull’Afghanistan e Iraq e il tempo diventa prezioso, perché i suoi racconti mostrano un mondo ben diverso da quello che i media ci fanno credere.
Penso al valore della “testimonianza” che stiamo perdendo e mi addormento sfinito da una giornata di caldo torrido.


KHARTOUM, 15 AGOSTO 2004

Al guardiano del cantiere hanno rubato il letto ieri notte. Il capocantiere nel frattempo è a casa per saldare alcuni debiti per cui era stato arrestato la scorsa settimana. Che dire? Intanto si ride. Del resto, qui, anche le cose più assurde alla fine sembrano diventare normali.  Arriva il muratore. Dopo un paio d’ore vado a controllare il lavoro… Non trovo un muro dritto o a squadra nemmeno a cercarlo. Cerco di spiegargli come si fa una squadra a 90 gradi...Si riparte.
Ma quando torno a verificare, scopro che gli angoli sono a squadra ma le parti centrali sono concave (che abbia visto Borromini?)! Mi viene da ridere (e non posso): in fin dei conti gli angoli sono come si era stabilito (mi fa capire)!
Alla fine mi arrendo e per i giorni successivi giungiamo a un compromesso “creativo”, che però darà interessanti risultati: angoli in squadra, muri quasi. Alla fine i muri del bagno del cantiere non sono proprio diritti ma “vivi”.
Rientrando a casa si passa per il villaggio di Soba, dove si sono insediati molti profughi dal sud. Ovunque una miseria dignitosa sorretta dai sorrisi. Ci chiediamo come facciano ad essere sempre impeccabili e puliti vivendo nelle baracche.
Appena si esce dalla strada principale, solo strade di terra cosparse di plastica che quando piove diventano un immenso pantano.
Torniamo a casa guardando la moltitudine di baracche che ci circonda. Sono profughi che si sono sistemati negli interstizi di questa enorme città e fanno da guardie ai cantieri. Vivono così. Con quattro lamiere incrociate e un po’ di fango. Ci sentiamo impotenti, ma sappiamo che le cose che stiamo facendo sono piccole gocce per far crescere la cultura dei diritti.
“L’AFRICA È IL VOLTO OSCURO DEL NOSTRO DESTINO, IL SOGNO DELLA MODERNITÀ DIVENTATO INCUBO”.
A casa, la sera, si cucina e si mangia tutti insieme e poi le notizie dal mondo, di un altro mondo, che da qui sembra così distante...tutto lucido e lucente, fasullo.
 
 
 KHARTOUM, 17 AGOSTO 2004


Dominare lo spazio, il tempo, gli eventi...la nostra cultura. In tale prospettiva, la casualità che qui vivo tutti i giorni assume un nuovo significato. In qualche modo è come imparare quotidianamente ad accettare l’imperfezione. Ho cercato di spiegare al muratore una regola precisa ma la sua è una logica che lascia che un pezzo chiami l’altro, in un processo di addizione successiva.
Ho scoperto che la quasi totalità degli operai in cantiere sono sfollati del Sud e appartengono alla tribù dei Dinka. Si riconoscono dal fatto che per rito, a 15 anni, vengono loro estratti i denti inferiori. Ho scoperto che fanno la guardia notturna usando come armi le lance e che si muovono nello spazio in modo impercettibilmente diverso dagli altri.
È uno strano mondo questo, un mondo di approssimata modernità ed ancestrale resistenza. È così che comincio a comprendere, vedendo le persone per strada, i diversi gruppi etnici cui appartengono, dalle cicatrici che portano sul volto.
Che cos’è “precisione”? La nostra precisione. L’angolo retto e il piombo? Nei villaggi le case sono costruite usando rette e angoli a 90°, ma nulla ha la fredda precisione dei nostri muri.
“La mia esperienza africana è innanzitutto un’esperienza dello spazio. Grazie ad essa ho potuto rendermi conto di muovermi in un universo simbolico di cui mi sfuggivano molti elementi che invece assumevano un senso preciso per i miei interlocutori - un senso sociale, potremmo dire”. Mi ricorda Auge .
E così ho capito molte cose che per giorni mi erano sfuggite. È un modo di pensare lo spazio in forma approssimativa, per sommatoria di pensieri. È un’idea che mi affascina, mi fa pensare alla capacità di ascoltare le cose e gli spazi, senza pretendere di dominarli o di prevedere sempre e comunque gli eventi che vi debbano accadere.  
 

KHARTOUM, 18 AGOSTO 2004

Garang è un uomo di età indefinibile (alla richiesta della sua età per le procedure di assunzione ti guarda stranito; per lui è una domanda insignificante!), è il capo tribù dei profughi di Soba sfuggiti alla ventennale guerra di liberazione del Sud. Abita in un piccolo agglomerato di baracche ai margini del villaggio di Soba (sede del cantiere).
È il responsabile della sicurezza in cantiere: mi mostra con orgoglio le lance con cui di notte difende l’edifico del nostro lavoro dai ladri e insiste per avere una foto in posa guerriera. Le lance per Garang non sono un’arma: sono la sua storia, il simbolo del suo popolo.
Qui le foto sono un evento. Non si decide semplicemente cosa fotografare e poi si fotografa. Si estrae la macchina fotografica e come per magia si crea la scena; le persone si avvicinano per posare, si scherza, si ride e fare foto diventa un’occasione di socialità.
Intanto ho realizzato che i dieci operai presenti in cantiere sono una tribù Dinka quasi al completo. Poco alla volta, entrando in confidenza, ho visitato le baracche dove vivono. Sono dei luoghi arrangiati con mattoni, tele e lamiere di vario genere, di una povertà estrema, dove i bambini scalzi si rotolano per terra. Insomma, una perfetta iconografia della miseria. Ma quest’immagine stereotipata è incomprensibile in occidente, perché priva del suo contesto di suoni, odori, sorrisi e parole. Non che le condizioni di igiene e indigenza di queste persone non siano al limite del tollerabile, è che forse la macchinina di latta auto-costruita dai figli di Garang, dà più gioia a quei bambini senza scarpe, o con le scarpe di 8 numeri più grandi, che mille Barbie o play-station ai nostri viziati non più coetanei.
Fa caldo, a volte un caldo asfissiante, e stare scalzi è più un desiderio che una mancanza. Ma c’è anche chi non ha i soldi per pagare un taxi per raggiungere un ospedale. Per questo siamo qui: per far crescere una cultura dei diritti e dell’equità. E non sono parole di circostanza come quelle che ogni sera sento alla televisione. Siamo testimoni in prima persona, tutti i giorni passati in questo paese, di questa volontà. Siamo qui per rivendicare il diritto alla salute per tutti, che significa il diritto ad un futuro.
Ieri, incontrando un gruppo di volontari che operano alla periferia di questa immensa città, ci raccontavano che nei campi profughi ci sono persone che non si possono permettere le cure minime, non avendo i quattro spiccioli necessari a raggiungere un ospedale a pagare il ticket, le medicine.
Allora mi risuonano nella mente più chiare le parole di Gino su una sanità pubblica gratuita: “Un ospedale in zona di guerra è anche un luogo dove si può dare un senso alla parola "pubblico", cioè di tutti. Senza discriminazione di etnia e di sesso, di religione e di politica. E senza discriminazione economica: perché quel che succede nei paesi in guerra, e in quelli poveri (che peraltro in parte si sovrappongono), è che la sanità "pubblica", nei rari casi in cui esiste, anche se di livello indegno, è comunque a pagamento, cioè privata”.
Qui si muore di cose banalissime: malaria, febbre gialla o diarrea. Patologie che si curano con banalissimi medicinali. Con il passare dei giorni ho imparato a convivere con queste presenze invisibili, quelle degli operai assenti in cantiere per la malaria, loro o dei loro figli.
Essere qui, per poco che sia, significa condividere un infinitesima parte di questa realtà.  Esserci...Essere... Esserci... Essere... Esserci!
Esserci significa impegnarsi a limitare il colonialismo culturale che si insinua negli interstizi di questa società ancora in bilico tra passato e futuro.

 
KHARTOUM, 20 AGOSTO 2004

Faccio conoscenza con gli abitanti della baracca che sta di fronte alla nostra casa. Da ciò che ho visto, la famiglia è composta da una giovane donna con quattro bambini e da un uomo che di tanto in tanto appare.
Mi sono svegliato questa mattina con una domanda martellante: cosa posso fare per loro? È difficile tollerare l’idea di convivere con tanta miseria, di vivere in una casa con l’acqua e tutti i comfort possibili mentre la loro è una baracca fatta di pezzi di discarica con dentro quattro cose senza alcun genere di servizio
. Mi metto a giocare con i bambini e poi regalo loro le foto che ho fatto ieri. Se le portano via urlanti di gioia. Come faranno a conservarle in una “casa” che non protegge, mi chiedo? La nostra tecnologia non è pensata per queste condizioni. Eppure, a pochi metri da loro, con la parabola si possono vedere le immagini da tutti gli angoli del mondo, col telefonino si può chiamare all’altro capo in qualunque momento. Questa sproporzione mi crea disagio e una certa inquietudine.
 
“Ridistribuzione delle ricchezze!”… Si!
                        ...
Questa frase, sentita, risentita e letta miliardi di volte, assume per me ora contorni sbiaditi. Cosa significa quando non si ha nemmeno una “casa che protegge”? Possibile che possano convivere fianco a fianco realtà così dissimili? Se poi guardo la Tv satellitare, con i suoi martellanti messaggi pubblicitari, mi viene un senso di spaesamento.
 
“Ridistribuzione delle ricchezze!”… !!!
 
Qui si percepisce un altro senso delle cose. “Una casa che protegga”…!! Forse questa è l’anima del costruire. È un valore sacro perché significa conservare e proteggere la vita.  Come si può pensare al futuro se non si ha un riparo? Che futuro avranno questi bambini? Il modello da perseguire non è il nostro, non necessariamente è la nostra la “civiltà” cui aspirare. Forse il modello da immaginare è quello di una civiltà dei diritti che non coincide con la civiltà occidentale: il diritto ad avere un luogo che protegga, il diritto alla sopravvivenza alimentare, il diritto alla salute, il diritto allo studio. Banalità forse, ma che qui hanno carne e anima.
Sarebbe sufficiente una CASA CHE PROTEGGA! È un progetto minimo, che da qui sembra lontano anni luce, un’utopia: “(…) è un’utopia dell’educazione, della piena occupazione e della sicurezza per tutti; è un’utopia necessaria e la sola che valga” .

 
KHARTOUM, 22 AGOSTO 2004

Andando in cantiere, chiacchiero con uno degli autisti. Alex ha 35 anni, è anche lui uno dei migliaia di profughi fuggiti dalla guerra del Sud con il padre ucciso dai governativi. Parla un ottimo inglese appreso alle scuole dei Comboniani (praticamente tutto il personale locale ha imparato l’inglese nelle scuole professionali dei Comboniani). È fuggito per poter avere un futuro, per poter studiare e poi dare un futuro ai propri figli. Dalle sue parole si capisce che è simpatizzante e forse attivista del SPLA (Sudan People’s Liberation Army), che rivendica il diritto di autogovernarsi e di affrancarsi dallo strapotere delle etnie arabe e musulmane ma soprattutto rivendica un diritto allo sviluppo per il sud africano del Sudan.
Ripenso alle nostre lunghissime discussioni serali su cosa sia lo sviluppo, perché, a guardarsi intorno, sembra che qui – sviluppo – significhi riprodurre per l’ennesima volta il concetto occidentale di progresso, di consumi e sprechi, sperpero delle risorse, abbandono delle tradizioni e della propria identità e soprattutto distruzione dell’ecosistema.
Passando nell’enorme zona industriale di Khartoum, abbiamo immaginato con orrore che cosa verrà scaricato nel Nilo. Perché, riprendendo Latouche: “Teoricamente riproducibile, lo sviluppo non è universalizzabile. Le ragioni più note e più da cogliere, se non le più decisive, sono quelle ecologiche: la finitezza del pianeta renderebbe impossibile ed esplosiva la generalizzazione del modo di vita americano”.
Il caos delle strade cittadine piene di macchine, dicono che questo modello sia in corso di applicazione ovunque, anche qui. Eppure credo che qualche segnale di una possibile alternativa si riesca a cogliere in questa cultura che Latouche definisce una “cultura di bricolage”. Riflettendo su queste cose, la sue parole risultano particolarmente illuminanti: “Parlare di un’altra Africa, forse meno desolante e soprattutto più portatrice di speranza, non cancella alcuno dei tratti del cupo quadro abbozzato. Una volta preso pienamente atto della situazione, tutto diventa questione di interpretazione. Questo fallimento è il fallimento dell’Africa ufficiale. Intendiamo con ciò che si tratta del fallimento della economia moderna, del progetto di sviluppo e del fiasco dello Stato- nazione mimetico, dello Stato importato”,
(…) “Quest’altra Africa non è quella della razionalità economica . Se il mercato vi è presente, non vi è onnipresente. Non è una società di mercato. Non è certo più per questo l’Africa tradizionale comunitaria, se mai questa è veramente esistita. È un Africa di bricolage in tutti i campi e a tutti i livelli, tra dono e mercato, tra rituali oblativi e la mondializzazione dell’economia”.
Pensando anche in un ottica di sviluppo globale, è necessario far comprendere “l’importanza di diseconomizzare” il gioco sociale al fine di liberare la società mondiale dai rischi d’implosione e di esplosione che fanno correre le sue forme attuali fondate sull’esclusione radicale dei vinti, sulla ricerca sfrenata della potenza tecnica e sulla distruzione della natura.
Sarebbe urgente restaurare o inventare nuove concezioni della ricchezza e della povertà (…) “Se la ricchezza deve continuare ad essere oggetto di bramosia, sarebbe bene che essa non si incorpori più in merci la cui accumulazione forsennata esaurisce le risorse naturali e inquina l’ambiente. Sarebbe bene anche che il consumo del superfluo  non privi i tre quarti della umanità del necessario”
Mi piace pensare a questa Africa come a un modello con cui confrontarsi e non a un luogo da colonizzare, mi piace viverlo e sperimentarlo in cantiere tra sudore e caldo.
 
 
KHARTOUM, 23 AGOSTO 2004

Quante volte mi sono chiesto se la parola RISPETTO abbia un valore universale.  Tolleranza, comprensione, ma soprattutto rispetto reciproco. Questi sono stati i principi con cui abbiamo cercato di trasformare questo gruppo di profughi senza professione in una piccola impresa edile.
Questa volontà viene colta una mattina, quasi per caso, perché all’improvviso gli operai hanno iniziato a lavorare con attenzione ed interesse mai visti prima. Questo mi ha riempito di gioia e anche di orgoglio.
Se alla fine di quest’esperienza avranno imparato un mestiere e costruito parte dell’ospedale, sarà un grandissimo successo. Ma la cosa che mi ha più colpito è proprio che il rispetto, unito all’esempio, ha fatto sì che, pur nella chiarezza dei diversi ruoli, si sia iniziato a costruire un rapporto di “costruzione di condivisione”.
Bisogna esserci, non soltanto con l’anima e con i principi, anche con il corpo: toccare la “carne del mondo” significa sporcarsi, sudare, faticare. E alla fine anche saper ridere!
“Il fatto essenziale dell’espressione consiste nel portare testimonianza di sé garantendo questa testimonianza”. Stiamo cercando di condividere valori e forse sogni. E questo per noi significa costruire questo ospedale.  Un luogo dove la materia diviene ideale, e viceversa.
“L’Ospedale - questo abbiamo imparato ad Emergency -  è allora il luogo dove si cerca di costruire, praticandolo, un pezzetto di diritti di tutti, per tutti, che dovrà inserirsi nel grande puzzle dei diritti umani: il diritto a restare vivi e ad essere curati per continuare ad esserlo”.
Inch’Allah!

 
KHARTOUM, 25 AGOSTO 2004
 
Oggi la temperatura era insopportabile in cantiere (intorno ai 45°), almeno per noi khawaja (bianchi).
Ieri sera siamo rimasti a discutere con Emiliano, Fabrizio e Marco (il nuovo logista arrivato a sostituirli) fino a notte tarda, nuovamente di sviluppo.  Sì è questa la domanda che ci accompagna tutti i giorni: che cos’è lo sviluppo? In che senso siamo portatori di sviluppo? Di che forma di sviluppo si tratta?
E siamo proprio noi ad interrogarci, noi che siamo qui proprio perché critichiamo il nostro modello di sviluppo palesemente non riproducibile all’infinito. Noi che siamo coscienti di come la nostra ricchezza derivi anche  dallo sfruttamento e dall’impoverimento altrui.
Eppure, per quanto assurdo possa sembrare, la nostra stessa presenza va a  confermare ai locali che siamo un modello da imitare. Per quanto critici, siamo inesorabilmente “occidentali”. Eppure vien voglia di gridare: non è così come appare, il nostro mondo, luminoso e splendente...telegenico!
Sì perché, anche nelle capanne è entrata la televisione. Mostra il nostro effimero mondo. Garang me la mostra orgoglioso, la sua ultima conquista: la Tv in bianco e nero. Scorrono alla mia mente le immagini dei “boat people” che quotidianamente giungono dai notiziari.
Disperati,
disposti a tutto pur di arrivare “all’altro mondo”,
sempre e comunque. Disperati...
Disperati...raggiungono le coste
per poi mendicare una vita dignitosa
nelle nostre città...succede
che l’altro mondo lo raggiungano
ancor prima di toccare terra.
            ...
Viene voglia di gridare: NON È COSÌ!!!! Da noi le persone non sono tutte formose veline o vitaminici personaggi dello spettacolo. Del resto, come negare a queste persone l’aspirazione ad una vita migliore? Ma quanti dubbi e quante imprecazioni quando vediamo le pubblicità dell’ultimo pannolino super rinforzato e super delicato! No, no, no! Non è questo lo sviluppo che sogniamo. Non il culo al riparo ma il diritto a non morire di diarrea!
 “Cambiare sistema, cambiare paradigma, cambiare società, non vuole dire per l’appunto dire addio all’economia, addio al dominio dell’economia, addio al dominio della tecnica, farla finita con l’ossessione della crescita quantitativa per ritrovare i "veri valori", il sociale e il culturale?”.
Di corsa a fare il carico di medicinali che stanno partendo per il Darfur. Poco la volta, anche questo inizia a prendere senso. Come ha senso cercare di capire quello che ci accade intorno.  Si comincia a capire molte cose da questo osservatorio.
Anche la nostra ansia di perfezione ci sembra diventare patetica. Linee diritte, perfette, superfici lisce e lucenti, iniziano a sporcarsi nel mio immaginario. Perché siamo imperfetti...così com’è imperfetta la vita. Questo mondo fatto di mille imperfezioni, questo mondo di bricolage dove tutto si arrangia e si ricicla, prende vita ai miei occhi, parla di un umanità ancora capace di confrontarsi con la realtà imperfetta. 
 
Chissà se Pasolini pensava a questo quando scrisse:
 
“sono infiniti i dialetti, i gerghi,
le pronunce, perché è infinita la forma della vita:
non bisogna tacerli, bisogna possederli?”.
 

WAD EL BASHIR, 27 AGOSTO 2004

Uscendo da Khartoum, inizia subito il deserto a perdita d’occhio. Ci stiamo dirigendo verso un campo di IDPs (Internal Desplaced Persons) alla periferia nord della capitale. Ci accompagna un giovane medico sudanese che opera come volontario nel dispensario sanitario di questo campo.
Wad El Bashir è uno dei campi profughi che circondano Khartoum. In questo campo, secondo le indicazioni del personale medico locale, sono dislocate circa 10.000 famiglie vittime dalla guerra che ha messo a confronto, nel sud cristiano e africano, l’SPLA (Sudan People’s Liberation Army) e le truppe governative. Facendo una media di cinque persone per famiglia, si parla di circa 50.000 profughi che vivono tra baracche e costruzioni precarie in mezzo alla sabbia.
Il numero dei profughi sarebbe tutto da verificare ma questo conta poco, perché quel poco che riusciamo a vedere è comunque sufficiente a farci intuire la drammaticità della situazione. La visita approfondita al campo e la possibilità di raccogliere documentazione ci viene, purtroppo, fortemente limitata dai medici per ragioni di sicurezza non ben specificate.
Il servizio sanitario per tutto il campo è garantito da due medici volontari appartenenti ad un’organizzazione religiosa che visitano i pazienti una volta la settimana. L’ambulatorio è costituito da un tavolino, due sedie e un lettino di rete in una costruzione in muratura nel centro del campo.
Il servizio è gratuito ma, a causa delle ristrettezze economiche, i medicinali sono venduti ai pazienti a una cifra pari al 50% del loro valore. Questo significa che gran parte delle persone presenti nel campo non possono accedere nemmeno a questo servizio minimo.
La richiesta ad Emergency è di sostenerli nell’acquisto di medicinali, così da allargare il servizio a quelle persone che non possono neppure  pagare quelli di base.
La vista del campo si commenta da sola ai nostri occhi...con le pupille stordite che cercano di frugare nei meandri di questa realtà alla ricerca di qualche segno rassicurante. 
Guardando la sterminata distesa di baracche mi vengono alla mente le parole di Perec, appuntate poco prima di partire per questa missione: “Volevamo lottare, conquistare la felicità. Ma come lottare? Contro chi? Contro che? Vivevamo in uno strano mondo cangiante, il variopinto universo della civiltà mercantile, le prigioni dell’abbondanza, gli affascinanti tranelli della felicità. Dov’erano i pericoli? Dove le minacce? Milioni di uomini si sono battuti, e si stanno ancora battendo, per il pane”. Perec G.; Le cose, Milano,Rizzoli 1984, p.150
Un senso d’impotenza ci prende a vedere questo degrado. Soprattutto ci viene rabbia pensando che le risorse necessarie per dare un esistenza “decente” a queste persone, sarebbero un infinitesima briciola di quello che viene investito quotidianamente per portare avanti una delle tante, “democratiche” e assurde guerre dislocate in ogni angolo del nostro pianeta. 
Di fronte a questo desolante panorama però, arrivano anche alcune certezze; per esempio si smette all’improvviso di domandarsi se una guerra possa essere giusta o sbagliata, opportuna o non conveniente. Perché alla fine, le vittime di qualsiasi conflitto sono di fronte ai nostri occhi, non sono solo gli uccisi ma anche le migliaia di civili “qualunque” che restano dopo la guerra, quelle persone che aspirano ad un diritto minimo, quelle persone che “SI STANNO ANCORA BATTENDO, PER IL PANE”.
 

KHARTOUM, 28 AGOSTO 2004
 
Abbiamo passato buona parte della notte a raccogliere l’acqua dal tetto con decine di secchi. È la stagione delle piogge e quando piove, qui piove sul serio.         
Dopo alcune ore smette di diluviare. Con Marco, Emiliano e Fabrizio ci sediamo in cucina a rinfrescarci e il mio pensiero corre al mare di fango ed acqua che avrà allagato il campo profughi che abbiamo visto ieri. 
In che stato saranno in mezzo a quel pantano?...Si fatica ad uscire anche con il fuoristrada. Passando di fronte alle baracche che circondano la nostra casa, ci rendiamo conto che malgrado tutto, c’è una forma di lieve fatalismo nell’espressione degli sfollati anche di fronte a questo evento. Seduti in mezzo al fango ed alle pozzanghere ci sorridono pacificamente, non un gesto concitato, non uno sbuffare impaziente.
Mi viene in mente la concitazione, la rabbia di alcuni, l’impazienza di tanti di fronte all’acqua alta a Venezia. La radicale incapacità di accettare fatalmente, se non serenamente, gli eventi della natura (perlomeno quelli non catastrofici) e mi viene rabbia a pensare alle opere gigantesche e mastodontiche che sciagurate menti stanno progettando con la pretesa di proteggere la mia città.
Le persone di qui m’insegnano la capacità di convivere con gli eventi della natura. Immagino che se potessero evitarne i disagi sarebbero contenti. Ma tant’è...! Accettano gli eventi con serenità.
Rientrando a casa, affacciato al finestrino per cercare sollievo dal caldo accumulato durante il giorno, frugo con gli occhi negli angoli di questa città e noto una strana presenza: i cinesi. Non sono in città soltanto come manager e imprenditori, ma anche come forza lavoro. Per capire la stranezza della cosa, bisogna tener conto che un manovale a Khartoum ha uno stipendio medio di 2,5\3 dollari al giorno; questo significa che gli operai cinesi vengono pagati sicuramente meno per essere più convenienti pur con il viaggio, il vitto e l’alloggio (sarebbe interessante vedere dove alloggiano). Anche questa è globalizzazione. La globalizzazione della miseria!
Intanto il caldo riprende a non dare tregua, il termometro è costantemente sopra i 35 gradi e di giorno supera spesso ed abbondantemente i 40.
 

KHARTOUM, 1 SETTEMBRE 2004

Un contratto firmato con il pollice senza poterne capire il contenuto, un pasto sicuro e per ora un futuro prossimo assicurato.
È tutto quello che abbiamo offerto ai primi 5 assunti della tribù Dinka che abbiamo in cantiere; per noi una prassi ovvia, per loro “un dono di dio” (così è stato definito dal capotribù) che contraccambiano con uno scatolone pieno di manghi.
Garang, Nok, Deng, Adru e Dafalla, vestiti a festa sorridono, mostrando una soddisfazione che sprizza allegria.
Penso alle contorsioni mentali che si sarebbero fatte in Italia alla firma di un contratto di lavoro importante per il tuo futuro: non faccio vedere la soddisfazione altrimenti……altrimenti chissà cosa pensano di me, che sono debole e arrendevole e chissà…etc…!
Qui c’è ancora l’onestà di essere contenti, il coraggio di ringraziare. Deng dedica la nascita di un figlio a Fabrizio, che conosce solo da pochi mesi, in segno di amicizia.
Quante volte da noi mi sono chiesto: “ma perché la gente non ha il coraggio di ringraziare e dire  - sono contento di questo - ?”. Quest’avarizia mostra un mondo vissuto tutto in difesa, perché ringraziare e mostrare di essere contenti, significa esporsi, esporre i propri sentimenti, la propria vulnerabilità. E questo nel nostro mondo è estremamente pericoloso.
Forse sono io che dovrei ringraziare loro per avermi mostrato e dimostrato questa fiducia (e che fiducia ci vuole per firmare un contratto senza saperlo leggere...), quest’allegria nei confronti del mondo e delle cose del mondo.
Allora si comprende anche la disinvoltura nel dare numeri a caso sulla loro età (uno giovanissimo insiste a dichiarare 38 anni e si arrabbia se non viene creduto), che mostra la capacità di scherzare, ma seriamente, con quel tempo che ci opprime quotidianamente.
Nel mio mondo, nel mio mondo ordinario, è importante invece “Scongiurare l’evento, dominarlo; dominare il corpo per dominare l’evento: ecco l’idea della società contemporanea”.
 

KHARTOUM, 4 SETTEMBRE 2004

Dai finestrini della macchina si srotola quella che sta per diventare una delle tante megalopoli del sud del mondo. Come sempre, qui i numeri sono un opinione: 3, 4, 7 milioni di abitanti (di cui 2 o3 di profughi). Quanti davvero?
A giudicare dalla quantità indescrivibile di cantieri in corso di costruzione, è sicuramente una città in crescita vertiginosa. In ogni cantiere c’è la baracca dei “guardiani”: questi sono gli scampati a chissà quale conflitto o miseria, che non trovano di meglio che presidiare con i loro quattro stracci quello che è l’emblema della nuova Khartoum. Finito il cantiere, si trasferiranno altrove.
Passando in macchina, mi accanisco a frugare tra i cantieri in cerca degli sfollati. Sono una regola, come una regola sono le loro misere condizioni di vita. Del resto li vedo tutte le mattine, andando in cantiere. Specialmente i bambini.
Eppure, con il passare dei giorni, quello che all’inizio chiamavo miseria, inizia a non avere più un nome preciso. Mi rendo conto che anche la parola miseria deriva da un preconcetto.  Con questo non dico che smetto di vedere le condizioni igieniche infime in cui vivono, la mancanza d’acqua, di servizi igienici, di elettricità, etc. Il fatto è che c’è qualcosa che ancora mi sfugge, che non riesco a comprendere. In fin dei conti, in un solo mese di permanenza in questa città, ho visto tanti di quei mendicanti quanti ne incontri in una grande città occidentale tra una fermata del metrò e un’altra.
Non si mendica, eppure i poveri non mancano! Anche i nostri vicini accettano i doni che ogni tanto facciamo. Con rispetto. Non con reverenza. Evidentemente esiste una fitta rete di solidarietà che permette la sussistenza.
In quest’ottica comincio poco alla volta a capire le mille richieste di anticipo del salario che mi fanno gli operai Dinka. La loro è un economia del piccolo commercio.  Rivendono qualsiasi cosa si smonti in cantiere, dal tubo alla trave in legno. È un’economia del microcredito basato su una forma di solidarietà collettiva.
Garang dà tutto il suo stipendio al parente che parte per l’Ammmerica, per poi essere inseguito dai creditori due giorni dopo...  È un’economia dove non esiste il valore commerciale come lo intendiamo noi. Ogni cosa può avere un prezzo o un altro, a seconda del contesto. E questo mi fa impazzire...tutti i giorni! Il valore non è oggettivo, è un valore in cui la componente umana e relazionale gioca un ruolo imprescindibile.  Questo spiega, a mio avviso, le snervanti trattative su qualsiasi cosa. 
Intanto, dal finestrino della macchina, si presenta una città che sta perdendo la sua anima. L’anziano professore che ci ha accompagnato a visitare un sito archeologico ha negli occhi la tristezza di una perdita. Una città che corre alla ricerca di valori che non le appartengono nè culturalmente nè economicamente. Un mondo alla rincorsa di un modello di sviluppo che sappiamo essergli precluso o per lo meno raramente accessibile. E allora, l’obeso figlio dell’ingegnere (attrezzato di tutto punto di telefonino, telecamera, macchina digitale)  che ha organizzato la visita, stride con il suo coetaneo scalzo che incontriamo in un minuscolo villaggio rurale sul Nilo...ai miei occhi non fa stridore la miseria di quest’ultimo, ma la misura della perdita dell’anima dell’altro.
Garang, a Emiliano che torna in Italia, chiede la Tv a colori, Deng chiede un telefonino...eppure entrambi vivono nella sabbia e per tetto hanno quattro teli.
Povertà, forse, non è mancanza (se poi è mancanza non avere la Tv a colori o il telefonino...), è perdita di valore. Perché la povertà non è la mancanza di tutto degli sfollati ma il loro essere sradicati dal contesto in cui sono cresciuti, dalla loro economia che ha regole diverse e millenarie.
Miseria è il fatto che l’acculturato ed emozionato professore di archeologia fatica a raccontarmi uno studio sull’architettura minore sudanese. Mi guarda dicendo: “non interessa a nessuno la cultura, perché ora l’unica preoccupazione è fare lucenti palazzoni”. E poco dopo, appena si esce dalla città, vediamo un mondo fatto di migliaia di case a corte imperfette, ma vive.
Povertà non sono le tristi baracche ma gli anonimi palazzoni...
Mi viene da pensare, e lo comunico con gioia al professore, che l’unica cosa che possiamo fare è comprendere gli errori che l’occidente ha fatto, non sovraccaricare queste culture, che sono forti ma nello stesso tempo fragili, dei medesimi errori.
Il professore mi guarda e sorride ma è evidente che nei suoi occhi si legge la sconfitta. Perché “alcune popolazioni sono disarmate di fronte a questo destino artificialmente creato dalla occidentalizzazione del mondo e profondamente turbate dal deficit di senso così sopraggiunto. Tale occidentalizzazione, tuttavia, è al tempo stesso deculturante e acculturante. La povertà moderna, a sua volta, s’reicarna oggettivamente e soggettivamente nelle società scoppiate del Sud, nel cuore di un sistema sociale che non è più. Quest’ultimo non produce più una pienezza di senso ma riceve la sua informazione e le sue direttive dall’esterno. La società periferica èletteralmente teleguidata”-
Mentre il professore ci mostra orgoglioso i resti delle piramidi sudanesi di mille anni prima di Cristo, inizio a capire che “povertà” è qualcos’altro, qualcosa che ancora ignoriamo. Perché se c’è qualcosa che accomuna gli esseri umani, è l’immensità di ciò che ignoriamo.
 

KHARTOUM, 7 SETTEMBRE 2004

A dare di badile e piccone a quaranta gradi si capisce cos’è la fatica, cosa significa essere muratore. Essere logista in un cantiere di Emergency significa anche affrontare queste incombenze.
E non sono soltanto incombenze pratiche o dimostrative, perché a questo personale bisogna insegnare quasi tutto (alcuni di loro guardano una pinza con spaesato stupore). Queste azioni sono lo strumento chiave di comunicazione con una “manodopera” probabilmente abituata ad ogni sorta di sopruso, che stenta a credere al fatto che il khawaja (bianco) sia lì con loro, a sporcarsi le mani, a sudare sotto il sole.    
Superata la prima fase di stupore, subentra un momento molto delicato in cui alcuni iniziano a mancare di rispetto. Perché chi non comanda con pugno di ferro in giacca e cravatta, non è da prendere sul serio. È questo il momento più difficile.
È necessaria la decisione di far capire che le regole vanno rispettate. Da tutti. Soprattutto che la tolleranza e la comprensione esigono rispetto. Rispetto reciproco.
È una sorta di rito iniziatico durante il quale si costruiscono nuove regole sociali basate sul rispetto e sul rigore, sulla partecipazione e sull’azione... “L’azione, (è) la sola attività che mette in rapporto diretto gli uomini senza la mediazione di cose materiali, corrisponde alla condizione umana di pluralità, al fatto che gli uomini, e non l’Uomo, vivono sulla terra e abitano il mondo”.
Badile, piccone, trapano e flex diventano così strumenti di dialogo, divengono strumenti per allacciare una relazione non con gli operai ma con gli UOMINI. Perché si condividono, anche se in modo diverso, le stesse sensazioni, le stesse fatiche. Non si superano le differenze, questo purtroppo no...non ancora!
Noi continueremo ad abitare nella nostra confortevole casa e loro nelle baracche, ma si sta aprendo uno spiraglio di condivisione, e questo, in un mondo dove i diritti sono ancora un obbiettivo lontano, è un conquista fondamentale.             
La sera accompagniamo in aeroporto Fabrizio che rientra in Italia dopo sette mesi di missione. Uscendo dall’aeroporto, assistiamo ad uno spettacolo incredibile: in pochi minuti si abbatte sulla città un violenta tempesta di sabbia, il cielo diventa denso e dopo pochi minuti scende una fittissima nebbia rossa.
 

KHARTOUM, 8 SETTEMBRE 2004

La Tv ci porta la notizia del rapimento a Baghdad delle due volontarie di “Un ponte per”. Poche parole possono esprimere i nostri sentimenti, la profonda tristezza che proviamo. Siamo sconcertati anche perché è da ieri che un certo nervosismo serpeggia nel vedere Khartoum assediata dai posti di blocco di militari armati di tutto punto. Pericolo di colpo di stato, intercettazione di  armi per il Darfour, si dice.
Le ipotesi che ci danno i locali sono le più svariate. Resta il fatto che ci muoviamo liberamente solo perché abbiamo le insegne di una NGO, altrimenti saremmo imbottigliati nei chilometri di code che paralizzano la città.
Allora le voci lontane che raccontano quest’atto assurdo, attuato proprio verso coloro che dedicano la propria vita a realizzare utopie, ci paiono ancora più vicine perché in fin dei conti appartengono anche a noi, noi che stiamo cercando, con i nostri piccoli gesti, un mondo diverso proprio come le volontarie rapite. 
Rossella e Marco domani partono per il Darfur. Beati loro! Almeno lì fa fresco anche se c’è la guerra...il Darfur, luogo di guerre e genocidio. Ma che, dalle notizie che ci fornisce il nostro personale da El Fashir, è un’altra cosa di quella descritta dai media.
Darfur, luogo dove le evidenze di questo conflitto non sono così esplicite.
Darfur, dove si combatte una guerra complessa i cui effetti reali sono difficili da interpretare attraverso la lettura dei dati dei ricoveri ospedalieri. I campi profughi e la loro drammaticità sono altra cosa. Il Sudan, a quanto pare, è affollatissimo di profughi scampati da vent’anni di guerra nel sud.
 E l’improvvisa e intensa attenzione dei media nei confronti di questa regione, chissà, forse nasconde qualcosa d’altro. Del resto: a pensare male non si sbaglia mai! E la scoperta di diversi tipi di risorse primarie, tra cui il petrolio, sembrano dare qualche spiegazione in più a questo improvviso interesse.
Perché, allo stesso modo, vent’anni di guerra nel Sud non hanno mai provocato tanto interesse? Come poco interesse, del resto, suscitano le centinaia di guerre in corso di cui non si sa nulla. A pensare male non si sbaglia mai!
Su, adesso provate un po’ a ripeterlo. Dai provate a ripetervelo dentro di voi... A pensare male non si sbaglia mai! A pensare male non si sbaglia mai! A pensare male non si sbaglia mai...
 

KHARTOUM, 9 SETTEMBRE 2004

Stiamo cercando del personale tecnico, ingegneri civili da impiegare in cantiere come supervisori.
Con mio grande stupore, all’appello si presentano soltanto giovani donne laureate all’università di Khartoum, poi mi spiegheranno che le donne all’università sono la popolazione studentesca più numerosa a causa delle lunghe guerre, per essere poi, però, penalizzate nel mondo del lavoro...esattamente come in Italia.
Sono velate, questo significa che sono mussulmane, cosa peraltro sottolineata anche nel loro curriculum. Parlano un ottimo inglese e paiono assolutamente a loro agio durante l’intervista.
Mi stupisce il fatto, anche perché in Italia questo è un ruolo che normalmente viene ricoperto da personale maschile (noi che ci arroghiamo il diritto di giudicare, ma che siamo ben lontani dall’aver superato le discriminazioni di sesso).
È bello scoprire un Islam diverso da quello che ci viene presentato dai media. Certo, siamo nella capitale e probabilmente parliamo di una piccola avanguardia. Resta il fatto che ho notato tantissime donne al lavoro anche in luoghi di responsabilità.
Oggi è il mio primo mese di presenza in Sudan. Rossella e Marco sono in Darfur, quindi sono in casa, da solo.
Per l’ennesima volta si è interrotta l’erogazione elettrica. Strano, di solito avviene in presenza di temporali o vento forte. Sarà il “fattore S”! Il “fattore S” (S sta per Sudan) è un fattore di imprevedibilità e casualità che ci accompagna quotidianamente. Può essere di diversa natura, ma ha come tratto distintivo l’inspiegabilità. Ad esempio: manca l’elettricità in tutta la città ma alcune prese elettriche funzionano. Il bello è che la cosa, avvenuta in più di un’occasione, ha evidenziato che le prese attive erano diverse di volta in volta.  Nessuna spiegazione tecnica plausibile quindi...“fattore S”. Invece le torce ricaricabili si rivelano essere immediatamente quello che sono: un fiasco. Dopo pochi minuti si spengono.
Così resto per ore al buio. Per di più tra poco, sarò anche abbandonato dalla batteria del computer. Fanno riflettere queste cose…Siamo talmente abituati alla nostra tecnologia che quando viene meno, ci pare impossibile. Si capisce in un baleno tutto quello che ci manca. Del resto il vuoto mostra e sottolinea il pieno.
Mi consolo pensando al fatto che probabilmente i miei vicini sfollati non si sono nemmeno accorti di questo black-out.
 

KHARTOUM, 11 SETTEMBRE 2004

11 settembre, una voragine che ha portato morte, distruzione e folle inferocite autoimmolatesi all’intolleranza.  Ma pensando ai 2700 morti di New York City, non riesco a non pensare ai 100.000 Irakeni e ai chissà quanti afgani.
Tutti ugualmente vittime innocenti eppure con un peso diverso. Dov’è la giustizia quando alla morte e alla disperazione si risponde con la guerra? Dov’è la democrazia? Come possiamo accettare tutto questo? Come possiamo pesare in modo diverso le vite?
Eppure, se c’è un insegnamento che traggo da quest’esperienza, è che pur  convivendo con differenze culturali, religiose e storiche, nel profondo so che sono più le cose che ci uniscono di quelle che ci dividono.
Una vita dignitosa, i figli, la gioia, l’amore, un lavoro onesto, la salute, il cibo. Cose semplici…un sentire comune di tutta l’esistenza, indipendentemente dalla religione, dalla cultura o dal colore della pelle.
Mi disgusta il pensare che ancora oggi si possa distinguere gli esseri umani per il colore della pelle o per la loro religione. Mi disgusta pensare alla guerra preventiva, alla democrazia esportata. 
Non mi trattengo...“Don’t even think to come in Europe!!! You will have e miserable life!! Stay in your country to build your future!! (non pensateci proprio di venire in Europa. Avrete una vita di miseria!! Restatevene a casa a costruire il vostrro futuro!!)...
Così ho quasi gridato ad un gruppo di Dinka che mi chiedeva come venire in Italia. È facile. 2000 dollari per un passaporto, 5000 dollari per un viaggio di sola andata. Questo il costo per inseguire un sogno. Il ritorno lo offre in aereo l’ospitale governo italiano.
Un brivido mi è corso lungo la schiena pensando che quegli occhi che mi sorridono ogni giorno, presto potrebbero diventare gli stessi di quei miserabili che svendono la loro vita cercando un futuro in Italia. Gli stessi occhi che vedo tristi in metropolitana o a faticare in un qualche gelido cantiere.
Perché ai loro occhi siamo tutti ricchi, con belle donne e belle macchine, tecnologia e il denaro.
Don’t even think to come in Europe!!! Never!!!
Intanto quaranta frustate. Questa la punizione del muratore Malek per essere stato scoperto a bere alcol!
Quando sento questo, capisco anche le loro ragioni. È giustizia questa?...Intanto si viene a sapere di un tentativo di colpo di stato avvenuto pochi giorni fa. Ma qui ne parlano ridendo. Garantisco che una città assediata dai militari ispira molti sentimenti, non di certo ilarità.
Se poi sento questo, capisco anche le loro ragioni...
 

KHARTOUM, 14 SETTEMBRE 2004

Da giorni i Dinka parlottavano fitto tra di loro di scuola. Cosa misteriosa in quanto non era chiaro di cosa si trattasse. Domandando a Malek, uno dei muratori Dinka, la dinamica dell’arresto del giorno precedente, scoprii che la scuola era un corso autogestito di inglese tenuto da Adru, uno di loro che parla un inglese molto rudimentale. Nell’apprendere questa notizia, non saprei dire se sia stato più lo stupore o la gioia. Da giorni avevo notato un inaspettato spirito di iniziativa nelle piccole cose di tutti i giorni, nel lavoro, ma anche nella cura del cantiere.
Mai mi sarei aspettato un iniziativa di questo genere. La voglia di crescere e la ritrovata fiducia verso un futuro migliore sanno creare azioni come queste. 
Alcuni di loro (quelli con cui riesco a comunicare) hanno iniziato a raccontarmi le loro storie, che sono storie di guerra, di fuga, di angherie. Come quelle che stanno subendo in questi giorni, in quanto Africani del Sud e quindi possibili ribelli. Giorni in cui i militari sono alla ricerca delle armi di un possibile colpo di stato in atto. Sono le stesse angherie che ha subito il muratore la sera dell’arresto (banale scusa per sottrargli lo stipendio di una settimana).
La SCUOLA è stato il segnale dell’apertura di uno spiraglio verso il futuro. Così Garang mi fa entrare nella sua “casa” (la metto tra virgolette perché è una baracca di stracci e fango ma è la SUA CASA) e mi mostra con orgoglio la fossa settica che ha costruito a modello di quella che abbiamo realizzato insieme in cantiere.
Rientrando la sera, ho trattenuto a fatica un sorriso di gioia che mi ha preso nel profondo. La gioia di aver toccato con mano l’alterità, la condivisione, la consapevolezza di aver trasmesso un messaggio di rispetto e, cosa straordinaria, che questo messaggio è stato recepito.
È una globalizzazione dei diritti, del rispetto, della condivisione. È una globalizzazione che si contrappone a quel globale che vedo quotidianamente, ma che in realtà è globalizzazione della povertà...“Proprio perché ci offre un immagine completamente sbagliata dell’universo, il globale sembra aver ucciso i fini facendo finta di realizzarli. Ma non siamo mai stati così vicino al poterli percepire per quello che sono: inviti alla fratellanza, al pensiero e al sapere”.
 

KHARTOUM, 15 SETTEMBRE 2004

La moglie di Alex, uno degli autisti, ha perso due gemelli al settimo mese. Cose ordinarie qui. Non ho il dato statistico, ma tra le persone con cui lavoro è un continuo ammalarsi, andare in ospedale, curarsi, guarire per poi riammalarsi.
Questo triste episodio mi fa comprendere a fondo le parole di S. Latouche a proposito dei forti legami sociali che creano rete di supporto e di vicinato. “Le masse che si affollano alla periferia delle città del Terzo mondo, in particolare, hanno per tutta – ricchezza –  solo la solidarietà e l’aiuto reciproco. Il rafforzamento dei legami tradizionali e la costruzione di nuove reti sono la risposta del mimetismo economico, tecnologico e politico dell’Occidente. Non si tratta soltanto di mantenere una nostalgia compensatrice, ma di produrre la vita in tutte le sue dimensioni”.
Alla notizia di questo fatto drammatico, tutti i dipendenti sudanesi di Emergency si sono tassati di una giornata di stipendio. Visti i livelli medi di vita, questo fatto ha un valore più che notevole a livello umano se si tiene conto che il gruppo si è appena formato e che la conoscenza tra i dipendenti è minima. Eppure la solidarietà è scattata immediatamente, senza consultazioni nè riflessione. È una cosa che ho notato più volte anche tra gli operai di cantiere. Esiste un sistema di aiuto reciproco fatto di piccoli prestiti, di favori, di micorcredito, una forma diffusa di economia sociale.
In questo contesto il concetto di povertà cambia di significato, perché è veramente povero chi è solo, senza famiglia, sradicato dal suo contesto sociale. È questa la vera povertà, la vera minaccia di questo continente. “Ciò contribuisce a dimostrare che la povertà economica è proprio un invenzione occidentale, non solo perché essa ha creato nuovi bisogni materiali senza soddisfarli, ma perché l’intrusione dell’Occidente ha colpito il sistema di valori che sottende la pratiche sociali dei tempi antichi”...il giorno in cui non scatterà più la solidarietà sociale, Alex sarà veramente povero.
Poiché in questo paese, il modello consumistico individualistico occidentale non è supportato da uno stato sociale efficiente, allora anche la più piccola malattia affrontata nella solitudine della propria casa, può diventare una tragedia. Questa è la vera povertà che avanza!
 

KHARTOUM, 17 SETTEMBRE 2004

Sono rientrati tutti dal Darfur, Rossella, Mario, Carlo, Samir, Ben (chirurgo olandese) e Bernadet (anestesista francese). La cause del rientro temporaneo sono da ricercare nelle difficoltà di tipo logistico incontrate con l’amministrazione dell’ospedale di El Fasher, che Emergency doveva ristrutturare e rendere operativo. Resteranno a Khartoum in attesa di risolvere le controversie in corso.
È un paese questo che presenta sempre mille difficoltà. Per cultura ed educazione i Sudanesi rispondono tendenzialmente sempre in modo affermativo: “mafi muskilla”! (in Arabo “nessun problema”, tra l’altro la prima cosa che ho imparato) per poi, in realtà, far venire a galla mille problemi di ogni genere.  
In questo caso il problema principale è stato che la sanità in Sudan è un grosso affare per le persone impiegate, dai dottori all’ultimo degli inservienti. Oltre ad essere a pagamento, il sevizio sanitario è anche un intricato sistema di “balzelli &  corruzione”. A maggior ragione in questo periodo, dove sul Darfur si riversano centinaia di milioni di dollari che provengono dall’assistenza sanitaria mondiale.
In questo contesto, un ospedale come quello di Emergency, totalmente gratuito, è fortemente osteggiato dal personale locale che si vedrebbe così sottrarre i lauti guadagni che provengono da queste “entrate secondarie”.            
È una situazione assurda, tant’è che alcuni giorni fa, in occasione di un intervento operatorio, due medici di Emergency videro gli infermieri locali rifiutarsi di trasportare il paziente in corsia se non previo una ricompensa finanziaria.
Chi subisce questi soprusi, naturalmente, sono sempre i più miserabili, quelli che non potendo pagare l’infinita sequenza di balzelli, sono costretti a morire anche per il morbillo. Sì, morbillo...Perché questa banalissima malattia è insieme alla malaria uno dei fattori di mortalità infantile più frequenti
Oggi è venerdì e qui è l’unico giorno di riposo. Gli eventi di questi ultimi giorni, la situazione internazionale sono sempre al centro delle nostre discussioni, soprattutto il futuro di questo paese che ci pone quotidianamente mille problemi, ma che proprio per la sua varietà etnica e religiosa ci affascina.
Il Sudan è uno strano paese (è un invenzione post-colonialista degli Inglesi) sia dal punto di vista etnico che religioso. Etnicamente gli Arabi costituiscono il 39% della popolazione, gli Africani il 61%. Dal punto di vista religioso, il 70% risultano essere Mussulmani  e il restante tra Cristiani e altre fedi religiose .  
Il potere economico e politico è saldamente in mano alla componete militare arabo/mussulmana della popolazione. Un fragilissimo equilibrio che negli anni si è macchiato di sanguinose guerre, prima nel sud del paese (per quarant’anni) ed ora nella regione del Darfur. Il caro vecchio Darfur, luogo di confine di civiltà e religioni.
Darfur, luogo che se mal governato, è a forte rischio di “balcanizzazione”. I segnali provenienti dal panorama internazionale mostrano invece il tentativo di infuocare quest’area per le ragioni più diverse, ma in molti iniziano a sospettare per ragioni energetiche. Accentuando un latente conflitto di religioni, si va a rendere incandescente una situazione estremamente precaria. Ora, in questo quadro generale, si affaccia un nuovo soggetto/spettro “politico”: il petrolio.
TG2 delle ore 20.30...striscia di base di alcuni giorni fa. Cito a memoria, pertanto il contenuto riportato sarà in modo approssimativo. “Crisi in Darfur: le truppe irregolari mussulmane dei janjaweed sorrette dal Governo di Khartoum, attaccano villaggi Africani cristiani in Darfur...I villaggi attaccati dai janjaweed sono vittime di questo conflitto. Precisazione di poco conto... i suddetti villaggi non sono cristiani.
La zona del Darfur è a maggioranza mussulmana anche tra le popolazioni Africane. L’imprecisione di questa notizia del nostro telegiornale nazionale mostra, non credendo alla buona fede per questo macroscopico errore, la volontà di rendere incandescente la lotta tra religioni e di accreditare la teoria secondo cui il terrorismo, “il male” (come lo chiama il presidente americano George W. Bush) sia da associare con l’Islam e la religione mussulmana.
È spaventoso pensare che questo socievole paese potrebbe essere, in un non troppo lontano futuro, il teatro di un’altra sanguinosa guerra.  Le premesse purtroppo ci sono tutte!
 

KHARTOUM, 18 SETTEMBRE 2004

Ieri, in cantiere, ho dato disposizione affinché alcune lastre di eternit, smontate da alcuni edifici in demolizione, venissero accantonate e quindi smaltite. Immediatamente dagli occhi di Elias (il capocantiere) compresi la disapprovazione verso il mio gesto da lui considerato uno spreco. Del resto le lastre sono in buono stato e quindi facilmente smerciabili e riciclabili.
Arrivato in cantiere la mattina successiva, le lastre erano sparite. Dopo un primo momento di stupore dovuto alla sospetta efficienza, mi riproposi di verificare la questione nel corso della giornata. Nel frattempo, uno degli operai mi chiama dicendomi che ha preso “casa” (virgolette perché chiamarla casa non è proprio il termine più appropriato ma così viene definita dai proprietari). Nel corso della mattina mi reco a vedere la casa “persa” e la nuova sistemazione.
Wol è un uomo di media età, spesso sorridente e purtroppo alquanto amante dell’alcol (qui si beve un distillato di datteri fortissimo e fetente). La sua casa è nelle vicinanze del Nilo, in mezzo alla discarica di una fornace.
Non lo si può definire un luogo degradato, sicuramente squallido, questo sì. Dopo più di un mese di permanenza in Sudan, alla vista della sua baracca, ho per la prima volta avuto una stretta allo stomaco. Wol ha 6 figli allegri e simpatici ma sicuramente segnati dalla miseria. In particolare la figlia di una vicina, portata in braccio come si usa qui da una sorella più grande. È un gracilissimo e scheletrico corpicino che con occhi spenti ed incavati mi guardava assente.
La baracca, come migliaia intorno a Khartoum, è fatta di pezzi di legno, teli di nailon e tele di canapa. All’interno due letti e null’altro. Otto persone vivono in sei metri quadri di baracca, senza acqua ed ovviamente servizi igienici. E sul tetto cosa trovo? Le  lastre di amianto. Tutto il mio slancio ecologista si spegne e si confonde immediatamente.
Che senso ha negargli le lastre in eternit contenenti amianto di fronte alla loro miseria, alla mancanza di un tetto? Cosa significa un fattore cancerogeno-marginale di fronte al morire di malaria? Capisco ora la perplessità degli occhi di Elias.
Ma come aiutarlo nel modo più appropriato? Per costruire quella che lui chiama “casa” ci vogliono 6.000 dinari sudanesi, che corrispondono a circa 23 dollari…23 dollari per avere una lamiera per tetto e dei nailon come pareti. Non si parla d’ altro.
Ritorno in cantiere livido di rabbia e di impotenza. Più tardi ne parlo con Rossella e Marco. È una scelta difficilissima, cosa sono 23 dollari per una casa? Però non possiamo aiutare una sola persona perché s’innescherebbe una spirale senza fine di richieste a cui non possiamo far fronte.
La frustrazione è anche maggiore perché ci rendiamo conto che aiutare una sola famiglia, per noi sarebbe uno sforzo minimo ma che non possiamo agire “ad personam” proprio per non creare un precedente.
È un equilibrio fragilissimo. È uno dei nostri operai a cui garantiremo nei prossimi mesi un salario sicuro e decoroso. Non lo arricchirà, ma gli permetterà di avere una casa e di mandare i figli a scuola.
Decidiamo di anticipargli lo stipendio e che se riusciremo a fare qualcosa, sarà per la comunità: una fossa settica, far arrivare l’acqua e magari in futuro contribuire con del materiale edile. Rigorosamente a tutta la comunità, senza discriminazione. Ci costerà più in fatica che in denaro perché sarà necessario dedicare tempo anche a questa incombenza. 
Sempre gocce microscopiche in un mare infinito. Sempre nuvole disperse nel cosmo. Una candela che sfida la luce sole.
 

KHARTOUM, 19 SETTEMBRE 2004

Ho visto l’oggetto del desiderio...Garang, facendomi entrare nella sua casa per mostrarmi le armi Dink, mi mostra con orgoglio l’oggetto che socialmente lo distingue da tutti gli altri essendo lui, il “capo tribù”: la televisione.
In una baracca di fango e rami su un pavimento di sabbia, davanti ad una sgangherata credenza giunta da chissà dove, troneggia su uno sgabellino la TV in bianco e nero. Al di fuori, la baracca ha anche un altro grande confort: il bagno.       
Il bagno è un buco che scarica in un grande fossa maleodorante. Vocianti bambini corrono fuori semi-nudi e si rotolano per terra. Appaio loro come una specie di alieno, così bianco, alieno come la televisione che guardano con reverenza. Loro, senza inibizioni e con l’innocenza infantile, mi osservano per minuti strabuzzando gli occhi. E per la prima volta mi hanno fatto capire cosa significa sentirsi un “diverso”.    
Cosa capiranno i Dinka del luccicante mondo che vedono dalla televisione?  Che immagine del mondo si faranno, loro che di quel mondo sono ai margini più estremi?...
Finita la visita, mi allontano con uno strano misto di sentimenti: rabbia per la loro condizione misera, ma anche con un sorriso divertito per questa strana caricatura del nostro mondo.
Atok intanto si è tagliato con una lamiera, nulla di grave, il problema è che per curarsi usa quello che pensa sia crema italiana, pertanto, essendo occidentale, sicuramente buona. In realtà trattasi di colla siliconica da idraulico. La sua automedicazione con colla, ha ovviamente come risultato un grossa infiammazione. Ecco cosa pensano: “quello che è occidentale è comunque buono”...Bel risultato!
 

KHARTOUM, 19 SETTEMBRE 2004

Mi guarda fisso negli occhi. La pelle che porta addosso sembra essere più grande del suo misero corpo. Amarsa ha un anno e mezzo ed è affetta da malnutrizione, Tbc e chissà cos’altro (scopriremo più tardi che pesa nemmeno tre chili a fronte dei dodici che dovrebbe pesare...).
Con Mario (un infermiere di Emergency) siamo venuti qui su segnalazione di un nostro operaio. Anche questa famiglia è della tribù Dinka fuggita dalla guerra.
Vivono vicino alle rive del Nilo, in una baracca anche questa fatta di rami, teloni di plastica e sacchi di juta, due letti rattoppati con pezzi di plastica e in un angolo un braciere e due pentole.   
Una baracca come mille altre e più, che si annidano negli interstizi di questo mondo “ai margini”. Vivono dei lavori occasionali che riescono a raccattare in questa nuova metropoli. Emarginati non solo dalla ricchezza ma anche da quei minimi sistemi di aiuto sociale che vengono garantiti dal sistema familiare di reciproco aiuto.
La bambina è in braccio al nonno che l’accudisce con affetto. Ci avviciniamo con una certa reverenza verso questo sconcertante scenario dell’esistenza.
Alla vista della bambina, anche Mario, che ha visto di tutto in Afghanistan,  ex-Yuogoslavia e Iraq, ha un moto di pietà ed accarezza con tenerezza la testa di Amarsa.  Alzando le braccia senza forza della bambina, la pelle si solleva come se non ci fossero muscoli, come se fosse un contenitore “troppo grande” di ossa.
In questi momenti non si prova pietà, è un sentimento che ti prende dopo, quando ci ripensi. In questi momenti si entra in una specie di apnea esistenziale in cui lo sforzo maggiore è soffocare i sentimenti che ti prendono lo stomaco.
Rassicuriamo la madre, ben consci che sarà un tentativo disperato, che cercheremo di fare il possibile per dare le cure adeguate alla bambina e ci mettiamo alla ricerca di una qualche struttura sanitaria che possa accoglierla. Un “Feeding Center” che possa iniziare un’adeguata terapia medico/nutrizionale.
Torniamo verso Khartoum in silenzio, ben consci che il recupero della piccola è più un illusione che una speranza. Tutto questo dramma è avvenuto per un motivo molto semplice: la famiglia non è in grado di pagare le cure mediche e nemmeno la corriera per arrivare all’ospedale. Perché gli ospedali ci sono. A pagamento.
A questa umanità di “serie B”, a questi “naufraghi dell’umanità” come li chiama Latouche, una cosa sola non viene di sicuro negata: la fame!
Per Amarsa è tutto iniziato da una banalissima tosse.  La visita agli altri profughi presenti nel villaggio confermano che questo, pur essendo il caso più grave, non è un caso isolato. Vermi, malaria, malnutrizione e diarrea, sono la normalità nei bambini sotto ai cinque anni. Le patologie, nella stragrande maggioranza dei casi, sono curabilissime. Il problema è che mancano anche le risorse per raggiungere l’ospedale più vicino, che è comunque a pagamento.
Si prosegue la visita con un senso di nausea nel constatare le condizioni di vita di queste persone  e anche con un senso di impotenza, essendo consapevoli di poter fare ben poco e che il problema andrebbe affrontato con politiche a livello globale. Questa sì che sarebbe “vera globalizzazione”. Globalizzazione dei diritti. 
 

KHARTOUM, 22 SETTEMBRE 2004

La Security sta rastrellando tutti i quartieri di Khartoum alla ricerca delle armi dei ribelli. Uscendo questa mattina per andare in cantiere, abbiamo visto un intero isolato circondato da centinaia di soldati che impedivano a chiunque di entrare od uscire.
Passiamo oltre senza farci troppo caso grazie al fatto che siamo una NGO (organizzazione non governativa), ben consci comunque che una di queste mattine potrebbe toccare anche a noi.
Di certo non fa piacere pensare di essere svegliati dalla peggiore “soldataglia”. Chiediamo informazioni all’ambasciata sulla nostra posizione come NGO ma la risposta non è molto incoraggiante. A quanto pare, queste milizie dipendono direttamente dai servizi segreti che in Sudan sono diversi, scollegati e sotto comandi di diversa natura.
Ci proteggiamo come possiamo, rendendo ben evidente il logo di Emergency agli ingressi ed istruendo la guardia di notte sul nostro stato giuridico e più semplicemente chiudendoci a chiave.
Questo è uno stato di polizia dove i diritti e le leggi valgono sino a un certo punto. Da lì in poi può succedere di tutto.
Ci si sente impotenti e indifesi perché a questo punto conta poco cosa chi tu sia, di fronte hai chi detiene un potere incondizionato. Anche questa è guerra. Mina nel profondo le sicurezze e la fiducia dei cittadini.
Per questo ci sono persone che, pur dotati di un buon grado d’istruzione e di conoscenza del mondo, auspicano l’arrivo degli Americani: a spazzare il regime!! Esattamente come in Iraq...Non importa il prezzo da pagare...esattamente com’è successo in Iraq. Queste presenze innocue di militari annidiati in ogni angolo della città con il loro bel kalashinkof sempre spianato, mi appaiono di giorno in giorno sempre più lugubri perché rappresentano l’evidenza quotidiana di un regime militare.
La vita scorre comunque, ma sempre con una sottile inquietudine. “Khartoum è una delle città più sicure dell’Africa”mi dicono. Adesso si tratta semplicemente di capire quanti sono i militari “pro capite” ed il prezzo da pagare per questa sicurezza. 
Di certo la soluzione a questo problema e a questo regime non è la “Democrazia da Esportazione”, tanto di moda in questo periodo.
 
 
KHARTOUM, 23 SETTEMBRE 2004

Dall’aereo, appena usciti da Khartoum, si stende un immensa distesa di sabbia inframezzata da minuscoli villaggi. Siamo partiti presto questa mattina con un aereo UN  che fa la spola tra Khartoum e le varie città del Darfur trasportando personale delle organizzazioni umanitarie. Il viaggio è monotono perché il paesaggio dal finestrino si ripete sempre uguale.
Arrivando verso la regione del Darfur si inizia a vedere qualche piccola differenza: il deserto lascia spazio a qualche zona di verde, s’intravedono zone umide e qualche vena d’acqua. S’intuisce che questa è una zona più piovosa e fresca anche da una temperatura decisamente più accettabile che a Khartoum. 
Sono qui con Mario (un infermiere di Emergency) e Samir (il nostro interprete Sudanese) per portare medicinali e ferri chirurgici per l’ospedale, in attesa che si sblocchino le pratiche burocratiche per procedere alla ristrutturazione della sala operatoria e di alcuni padiglioni dell’ospedale.
El Fashir è una piccolissima cittadina capitale della regione del Nord Darfur. Appena giunti visitiamo immediatamente l’ospedale. Prendo immediatamente atto dello stato di degrado degli immobili e delle attrezzature. Sporco ovunque, con le fosse settiche strapiene, la cisterna dell’acqua che da tempo non viene alimentata per la rottura della pompa.
I parenti dei malati possono accedere all’interno dell’ospedale pagando un biglietto d’ingresso, che gli consente, non essendoci un servizio mensa, di accamparsi nel cortile dando assistenza ai parenti, preparando pasti e lavando il bucato.
Mancando l’acqua ed essendo i servizi igienici ormai inservibili da anni di abbandono, i pazienti per espletare i propri bisogni corporali devono recarsi in cortile o, come ho avuto modo di vedere, direttamente nei corridoi.
È una situazione assolutamente inaccettabile sia dal punto di vista igienico sanitario, sia umanitario. La visita è breve perché ci soffermeremo meglio nei prossimi giorni, al momento della consegna dei medicinali.
Proseguiamo per andare a verificare la situazione del campo profughi di Abu Shook, a pochi chilometri dalla città. Ad El Fashir sono presenti due campi profughi: Abu Shook ed il secondo denominato Zam  Zam. Ad Abu Shook sono accampati circa 42.000 IDPs (Internal Desplaced Persons) che fanno parte dell’enorme massa di rifugiati, stimati all’incirca sul milione e mezzo tra Darfur e Chad.
Avvicinandoci al campo, i bambini ci vengono incontro gridando: “khawaja, khawaja,!! ”(bianco, bianco!!). Ridono allegri ad un nostro cenno di risposta. Questa vista ci distrae un po’ dai pensieri che ci sfregiano dinnanzi a questa enorme tendopoli di “naufraghi dell’umanità”. Eppure questi bambini devono averne visti tanti di “uomini bianchi”, perché El Fashir è attraversata in continuazione dai mezzi delle organizzazioni umanitarie internazionali.
Il campo è ben organizzato pur nella situazione d’emergenza umanitaria. Dagli occhi della gente, s’intuisce il dramma vissuto ma si ha anche l’impressione che sia stato fatto di tutto per alleviare, per quanto possibile, le loro sofferenze. Sicuramente gli insediamenti IDPs, visti nei giorni scorsi nelle aree intorno a Khartoum, erano meno attrezzati e più abbandonati al loro destino.  
Evidentemente, e per fortuna, l’appello fatto a giugno “sull’emergenza umanitaria in Darfur” ha avuto riscontro immediato e massiccio da parte della comunità internazionale.
Certo, El Fashir è il centro della regione e bisognerebbe capire cosa succede nel resto di questa immensa area. L’impressione, a giudicare dalla quantità di mezzi e di persone delle ONG e UN vista oggi, è che ci sia stata veramente una grande mobilitazione. Non si riuscirà a risolvere una guerra che abbiamo a pochi chilometri da qui, ma almeno cercheremo di alleviare il dramma di queste persone.
Viene da chiedersi: perché non sono stati fatti gli stessi sforzi per sedare una sanguinosa guerra ventennale avvenuta al Sud? Evidentemente ora si stanno muovendo altri interessi ben al di là dello scopo umanitario. 
Appena ci fermiamo, veniamo circondati da un nugolo di bambini che come sempre vogliono una foto. La richiesta di una foto è un motivo ricorrente, e mi chiedo perché vogliono una foto da una persona che non potrà mai accontentare il loro desiderio d’avere una stampa, un ricordo da conservare. Evidentemente li eccita il rito collettivo di farsi riprendere...“Manifestarsi assistendo alla propria manifestazione equivale ad invocare l’interlocutore e ad esporsi alla sua risposta alla sua domanda.(…) L’essere che si esprime si impone, ma appunto facendo appello a me con la sua miseria e la sua nudità -con la sua fame- senza che possa restare sordo al suo appello. Così, nell’espressione, l’essere che si impone non limita ma promuove la mia libertà, facendo nascere la mia bontà”. 
Cerco di rimediare a questa impossibilità, mostrando nello schermo della macchina fotografica digitale lo scatto appena fatto. La cosa genera un’incredibile ilarità collettiva, un’ilarità contagiosa. 
Mi solleva vedere la semplicità, la capacità di questi bambini di stupirsi di fronte ad una piccolissima cosa come una fotografia, la loro capacità d’inventarsi un gioco in un tappo di una bibita che con un chiodo diventa una trottola, in una ruota di macchina che diventa una specie di giostra, in un barattolo che diventa un camioncino.
È un sollievo temporaneo perché è sufficiente alzare lo sguardo per abbracciare la vastità della tendopoli che mi sta di fronte per riportarmi alla realtà di una guerra alle porte. Mario mi fa notare che nel campo ci sono soltanto donne e bambini, questo ad evidenziare il fatto che gli uomini sono al fronte o persi in chissà quale battaglia.
Perché la guerra è vicina, anche se non si vede, e la città è pervasa da una surreale normalità. Alle otto scatta il coprifuoco per il personale internazionale, alle dieci per i Sudanesi. Il coprifuoco è uno strumento di controllo e di difesa ma soprattutto è uno strumento per muovere le truppe in modo indisturbato e così continuare ad accreditare la linea ufficiale secondo cui nel Darfur non ci sarebbero “problemi seri”. Come se un milione e mezzo di profughi fossero una cosa normale.
Le opinioni sulla guerra tendono sempre a minimizzare le dimensioni del conflitto. È una guerra senza confini e senza un’entità precisa dove i Governativi controllano solo le città e le vie di comunicazione lasciando il resto di questo immenso territorio come teatro di una guerra senza regole e senza confini. Soprattutto è una guerra scomoda per un governo militare che sta cercando di ricostruirsi una verginità internazionale. 
Dopo l’attacco di aprile delle truppe ribelli all’aeroporto che ha provocato più di 100 morti,  è circondata da un cordone armato con varchi d’ingresso. Si tratta di una città chiusa al cui interno convivono la popolazione Africana (divisa in più fazioni politiche definita “ribelle” ma da cui provengono tutti gli IDPs) e i Janjaweed (le milizie arabe che si dice sostenute dal Governo). Un assurda guerra civile tra popolazioni con la stessa lingua e la stessa religione.
Durante la notte intanto, si sente traffico di mezzi pesanti che escono dalla città. Mario mi racconta di esplosioni e lampi che ha avuto modo di vedere in lontananza nei giorni scorsi e di janjaweed in uniforme governativa uscire urlanti dalla città a bordo di camion militari. Allo stesso modo si narra che i “ribelli” Tora Bora  (SLM/JEM , coloro i quali difendo i villaggi dall’attacco dei janjaweed  ma che stanno combattendo anche una battaglia tutta politica per l’indipendenza della regione del Darfur) sarebbero armati dal Sud di John Garang e da Turabi, cioè dal leader dell’opposizione Governativa che da pochi mesi ha tentato un colpo di stato ed attualmente incarcerato a Khartoum. C’è chi dice che sarebbero armati anche dagli americani, dato che gli yankees avrebbero interesse a destabilizzare il governo militare.  
Tutte voci, perché le notizie che circolano sono sempre approssimative e contraddittorie. A sentire i locali, a secondo della loro etnia o religione, si sentono versioni diametralmente opposte. È difficile stabilire un minimo di verità in una guerra a “macchia di leopardo”.  Certo è che le vittime di questa assurdo conflitto sono sempre le stesse: i civili indifesi, che si ammassano nei campi profughi in tutto il Darfur.  
 

EL FASHIR-DARFUR, 25 SETTEMBRE 2004

Già da ieri si erano visti elicotteri da combattimento in volo sin dal primo pomeriggio. Cosa strana, perché normalmente questi mezzi agiscono col calar della sera. 
Oggi, appena svegli, abbiamo avuto la spiegazione di questi strani movimenti del giorno precedente: l’ennesimo tentativo di colpo di stato a Khartoum! I telefoni sono stati isolati per tutto il giorno, ma riusciamo a comunicare con il satellitare con Marco a Khartoum e con Rossella in Italia per aggiornarli e rassicurali sulla nostra situazione.
Tutto sembra tranquillo, a parte il traffico di militari e di kalashnikof. La vita si svolge regolarmente: il suk è aperto e frenetico come sempre e i bambini vanno a scuola. In mattinata mi reco a vedere i lavori da effettuare in ospedale.
La visita alla corsia mostra uno scenario di un degrado indescrivibile. A parte la sporcizia e lo stato di abbandono dei degenti, ho modo di assistere ad una scena inaccettabile: alla fine del corridoio, essendo le latrine fuori uso, i pazienti espletano i loro bisogni corporali sul pavimento, in un angolo nascosto.
Disgustato dalla vista e dall’odore, mi reco a visitare il blocco operatorio. Muri scrostati, siringhe sui pavimento, macchie di sangue, degrado ovunque. Questo è l’ospedale di El Fashir.
Intanto, in attesa di visitare la sala operatoria, mi fermo con l’interprete e l’ingegner Mustafà, a guardare le ultime notizie del giorno alla televisione posta all’ingresso. Guardando la Tv  satellitare araba, si comprende l’odio che sta devastando l’Iraq. La notizia del giorno è un bombardamento americano a Falluja. Si vedono macerie, primi piani su bambini feriti, morti, distruzione, immagini ormai, purtroppo consuete in questa disgustosa guerra.
Non comprendo i commenti, ma vedendo il disappunto degli spettatori presenti, è evidente cosa sta raccontando la giornalista. Racconta di una sporca guerra vista dall’altra parte della barricata, una guerra che provoca “solo piccoli effetti collaterali”: migliaia di civili ammazzati.
La stessa notizia dai news occidentali probabilmente suonerà così: “attacco di un covo terrorista a Falluja”. Vai a sapere qual’è la verità!?!
Tanto il risultato è sempre lo stesso: ci sono soltanto vittime civili innocenti, vittime di un follia collettiva  e inarrestabile. La guerra mostrata dal telegiornale arabo è un’altra cosa rispetto alla versione occidentale. È una guerra che appare senza motivo (ammesso che possa essercene uno...), che provoca morte e distruzione tra i “fratelli mussulmani”. Gli americani (e purtroppo anche noi italiani) appaiono così, come “il nemico infedele” da combattere.
Samir (il nostro interprete), in un’ipotetico scenario di fantapolitica, ci descrive così il Sudan: “se gli americani dovessero attaccare il Sudan, per voi khawaja (bianchi) ci sarebbero gli stessi pericoli che in Iraq!”. Quanto sconfinato è l’odio che questa guerra di religione sta seminando nei paesi mussulmani?...
I mussulmani si sentono minacciati e circondati dalle forze americane e dall’occidente, e qui, in Sudan, anche dai popoli del Sud che essendo cristiani, vengono considerati nemici alla stessa stregua...“Ma la violenza non consiste tanto nel ferire e nell’annientare, quanto nell’interrompere la continuità delle persone, nel far loro recitare delle parti nelle quali non si ritrovano più, nel far loro mancare, non solo a degli impegni, ma alla loro stessa sostanza, nel far compiere degli atti che finiscono con il distruggere ogni possibilità di atto.
 

EL FASHIR-DARFUR, 26 SETTEMBRE 2004

Per l’ennesima volta si interrompe l’erogazione dell’energia elettrica. È una cosa normale. In 24 ore non ci sono mai più di 8/10 ore di elettricità.
Ieri siamo rimasti senza elettricità tutto il giorno e tutta la notte. La cosa in realtà ci ha permesso di godere di una bellissima serata di luna e di scacciare le inquietudini del coprifuoco discutendo con Samir (il nostro interprete) della condizione femminile e i rapporti tra uomo e donna in Sudan.
È uno strano mondo quello femminile Sudanese: non ci sono le ristrettezze imposte da un Islam ortodosso, ma resta una società sostanzialmente tradizionalista.
In una città come Khartoum è in atto una forma di emancipazione femminile sia nei costumi che nel lavoro. Le donne ricoprono ruoli dirigenziali e possono vestire, specialmente le più giovani, in modo alquanto libero. Anche i costumi sessuali sembrano essere piuttosto liberi.
Ma andando a scavare oltre la prima apparenza, si scopre una realtà ben diversa. Solo per fare qualche esempio, i matrimoni continuano ad essere organizzati dalle famiglie senza alcuna possibilità di scelta. La donna deve essere vergine per poter essere sposata. La poligamia è consentita sino a 4 mogli e a sentire Samir, praticata anche da alcuni cristiani. L’omosessualità è punita con 120 frustate e la reclusione in carcere.
Ma la cosa terribile è che l’infibulazione è una pratica che in qualche modo viene considerata normale! Quest’argomento subisce lo stesso trattamento della guerra: viene negata l’evidenza dei fatti, facendo intendere che “sono cose di cui non si parla”. “Per legge” dice Samir, “sarebbe vietata ma poi, sai, è una tradizione!”...“Tradizione?”...quasi grido! Cerco di capire ma mi rendo conto che non c’è terreno di dialogo: per me è semplicemente INACCETTABILE e non riesco ad ascoltare spiegazione. Considero la tolleranza ed il rispetto la base di qualsiasi relazione tra le civiltà ma su quest’argomento non riesco a trovare una qualsiasi giustificazione perché penso che l’infibulazione violi l’integrità delle donne tanto quanto la morte. E qui mi fermo...
Cambiamo argomento per non litigare e proseguiamo su argomenti meno ostici.   Sotto la superficie di un apparente processo di cambiamento, in realtà si annidano pregiudizi e tradizioni conservatrici fortissime. Si ha come la sensazione che la cultura mussulmana qui in Sudan, e forse non solo qui, soffra di una sorte di sindrome d’accerchiamento da parte di un mondo modernizzante che sta andando ad intaccare le sue radici più profonde di questa cultura.
Si sentono accerchiati anche dalle genti del Sud, gli “Africani”, che prima hanno preso le armi ed ora, sempre secondo Samir, stanno assediando la capitale con milioni di IDPs, cambiando così i costumi e gli stili di vita di questa città. Li apostrofa come "primitivs", aggressivi, irriverenti, con costumi sessuali libertini ma sono essenzialmente pregiudizi. Per quanto ho avuto modo di vedere, non è assolutamente vero. Eppure Samir ha una laurea e si atteggia come un “progressista”. Difficile spiegargli che il potere politico ed economico, e soprattutto culturale, è saldamente in mano ai mussulmani e quello che abbiamo avuto modo di vedere girando le periferie di Khartoum sono migliaia di persone che vivono nelle baracche dei campi profughi e che hanno come unico problema quotidiano: la FAME e la SETE...purtroppo sappiamo che i pregiudizi sono il seme dell’odio.
 

KHARTOUM, 28 SETTEMBRE 2004

Finalmente riusciamo a portare Amarsa, bimbetta (figlia di una donna che abbiamo appena assunto) in gravissimo stato di malnutrizione, al Feeding Center dell’ospedale di Khartoum. La mattina inizia così, con leggerezza ed allegria e soprattutto con la convinzione che riusciremo a salvare Amarsa.
Poche ore dopo ci comunicano che la bambina è stata ricoverata d’urgenza ma che nel frattempo è sorto un problema. Il problema è che la madre si rifiuta di affrontare le due settimane di ricovero previste nel programma di recupero della bambina. Per tutti noi è una doccia gelata.
Ad un primo momento di rabbia e di sconforto, seguono discussioni sul come agire e soprattutto sul perché di questo atteggiamento sconsiderato da parte della madre. Il problema, pare, siano le cattive cure ricevute in precedenza nello stesso ospedale. La verità, temiamo, sia che la donna, essendo stata abbandonata dal marito con diversi figli tra cui anche un bambino mongoloide, non si senta in grado di affrontare il recupero di questa figlia e pensi sia meglio lasciare che il destino faccia il suo corso. Di fatto condannando la bambina....storie atroci di ordinaria miseria.
Decidiamo di convincere la donna usando l’unico argomento in nostro possesso: la leva del lavoro. Così le promettiamo che le verranno concesse due settimane di malattia e che un suo ulteriore rifiuto significherebbe automaticamente la sospensione del nostro rapporto lavorativo. È un decisione difficilissima da prendere perché di fatto la obbliga ad accettare, ma ci sembra la cosa migliore per preservare il futuro di Amarsa e degli altri fratelli.
Finalmente, dopo alcuni minuti, arriva la notizia che tanto desideriamo: la madre accetta di restare in ospedale per le cure di Amarsa... “di fronte alla fame degli uomini la responsabilità può essere misurata solo oggettivamente. È irrecusabile”.
Sappiamo che è solo l’inizio di questa minuscola battaglia e che è pulviscolo nel cielo infinito, ma la cosa ci rende comunque felici. Ci siamo assunti pienamente la responsabilità oggettiva e morale di salvare Amarsa. 
A fine giornata giunge la notizia della liberazione a Baghdad delle due Simona, le volontarie rapite ormai da due settimane. La giornata non poteva finire meglio.
 

KHARTOUM, 29 SETTEMBRE 2004

Mi sono svegliato questa mattina con un idea martellante: devo andare in ospedale a vedere cosa si sta facendo per Amarsa. È un’idea fissa che non riesco a togliermi per tutta la mattinata e che fa scadere in secondo piano il fatto che oggi iniziamo a scavare le fondazioni del nuovo ospedale. Ma è un altro luogo di cura quello cui la mia mente è rivolta, il Feeding Center in cui è ricoverata Amarsa.
Appena mi libero, rubo le ore del pranzo per gettarmi nel caos del traffico di Khartoum e raggiungere la clinica universitaria dove è ricoverata la bimba. Così, dopo un peregrinare fra padiglioni fatiscenti, muri scrostati, impianti elettrici con fili a penzoloni, letti e sedie rotti o riparati alla meglio, donne sedute per terra con in braccio il proprio figlio, finalmente arriviamo al reparto di terapia intensiva dove hanno ricoverato la bambina.
La madre ci viene incontro con lo sguardo fisso, accennando appena ad un sorriso, tenendo tra le braccia un fagottino che è il corpicino di Amarsa. Subito chiediamo aggiornamenti sullo stato di salute della bambina e su come precede il trattamento. Con sgomento scopriamo che da ieri non è stato fatto ancora nulla e che la donna ha vagato da un padiglione all’altro cercando una soluzione al suo problema. Cerchiamo di capire. La madre di Amarsa inizia a spiegarci in modo concitato tutti i problemi che ha dovuto affrontare. Problemi che possono essere riassunti in poche e semplici parole: mancanza di denaro.
Veniamo a scoprire che la terapia nutrizionale a cui deve essere soggetta la bambina è gratuita, ma che è necessario pagare 300 Sd (poco più di un dollaro) per acquistare la cartella clinica e quindi iniziare la pratica. La donna, che non è in grado di pagare nemmeno questa ridicola cifra, ha cercato sin da ieri di riuscire a risolvere questo insormontabile problema...Se non fossimo intervenuti, sarebbe dovuta ritornare a casa e lasciare che il destino facesse il suo corso.
Interveniamo dunque consultando il medico e facendo partire immediatamente la pratica per il trattamento sanitario. Il medico è una persona molto giovane e disponibile che ci racconta che storie di questo genere sono frequentissime e che purtroppo molti casi di malnutrizione sono dovuti proprio all’impossibilità da parte delle madri di pagare la cartella di ingresso. Assurdo!
Una vita legata ad un dollaro. Sgomento...è così! Il problema è che in Sudan ci sono migliaia di persone che non possono nemmeno pagarsi la cartella clinica, sempre ammesso che riescano a pagarsi il bus per raggiungere l’ospedale. Uscendo mi ripeto: “per fortuna questa mattina mi sono svegliato con una sana intuizione”.
 

KHARTOUM, 30 SETTEMBRE 2004

La nascita di un nuovo edificio è come la nascita di un nuovo essere umano. Per questo motivo, lo scavo ed il getto di fondazione rivestono nell’immaginario collettivo un significato quasi magico. È il momento della generazione.   
Come scrive Bachelard: le viscere di un edificio rappresentano la grotta che “(…) è un luogo magico e non bisogna stupirsi che essa rimanga un archetipo che agisce nell’inconscio di tutti gli uomini”.
Per questo ho pensato di ripetere un piccolo gesto di fondazione che m’insegnò, anzi mi rivelò, un’anziana friulana, “none  Nene”, circa vent’anni fa.
È un gesto antico e simbolico che mi sono portato dietro con affetto in questi anni di lavoro perché nella sua semplicità, ci lega ad un passato remoto che solo in apparenza la modernità sembra aver cancellato. Nella prima gettata quindi, abbiamo affondato un barattolo contenente sale, grano, olio ed una monetina, a simboleggiare ed auspicare prosperità e fortuna per questo nuovo edificio. Ma la cosa straordinaria è stata scoprire che un rito di fondazione molto simile a questo, viene fatto anche qui, in Sudan. Mi ha emozionato pensare che con questo piccolo gesto abbiamo idealmente realizzato un legame tra storie antiche di continenti così diversi e lontani: Europa ed Africa.
Così, mentre il cemento colava nella fossa e sentivo in lontananza le ruspe che scavavano le fondazioni, ripensai ancora una volta che le cose che uniscono l’umanità sono molte di più di quelle che la dividono...a partire dei  piccoli gesti. 
 

KHARTOUM, 6 OTTOBRE 2004

Iniziano a bussare alla nostra porta sin dal primo pomeriggio. Gridano intonando e ritmando una canzoncina: “khawaja, khawaja,!!" (bianco, bianco!!).
Sono i figli dei profughi scampati alla ventennale guerra del Sud. Senza casa, acqua, luce e soprattutto senza scuola. Vivono baraccati negli interstizi di questa enorme città. Hanno dai quattro ai tredici anni e quasi tutti per ragioni economiche (e pensare che la scuola costa 2000 SD, circa 8 dollari l’anno...) non vanno a scuola, passando quindi le loro giornate per strada ad inventarsi giochi in mezzo agli scheletri di cemento ed alle case in costruzione.
Alle cinque, esausti dalle grida, apriamo il nostro cortile che in pochi minuti si riempie di bambini vocianti. Vengono al piccolo corso di disegno che noi di Emergency abbiamo iniziato quasi per gioco. Più per la voglia di conoscersi che con un progetto organico. Sono sporchi e con i vestiti laceri ma allegri come qualunque bimbo al mondo. Iniziamo a distribuire carta, matite, gomme e pennarelli. Disegn(i)amo, costruiamo oggetti di carta, giochiamo. Ci fotografiamo, ridiamo, cerchiamo di comunicare. 
I fogli bianchi vengono imbrattati di ditate e pedate perché molti di loro non hanno mai preso in mano una matita ed un foglio. Fanno disegni fragili, incerti, piccolissimi e spesso incomprensibili ma che li fanno ridere mettendogli allegria, un allegria irrefrenabile, incontrollabile e contagiosa. Mi vengono in mente i bambini in Italia con cui ho avuto modo di lavorare in questi anni, la difficoltà di stupirli, di appassionarli, di interessarli. 
Santino, James, Deng, Matian, Juma, Rachele, Gun, invece  possono passare ore a disegnare, concentrati, seri, si sentono investiti di un compito “importantissimo”. Passano da uno stupore all’altro. Hanno una voglia commovente d’imparare. All’improvviso un grandissimo applauso. È ora della merenda, il momento cruciale del nostro piccolo “doposcuola”. I biscotti spariscono, si volatilizzano in un secondo, anche le briciole vengono raccolte con avidità lasciando il piatto perfettamente lucido. Per una bottiglia d’acqua fresca, poi, si eccitano come fosse la bibita più prelibata della terra.
Ancora “moia”(acqua) chiedono con insistenza. Per noi questo è il momento più difficile, perché poco la volta, sparendo il pudore iniziale, iniziamo a scoprire che questi bambini hanno fame e sete, e non solo di sapere...Ci prende una rabbia che riusciamo a trattenere con difficoltà. Questa città, affacciandosi sul Nilo, è ricchissima d’acqua eppure li vediamo tutte le mattine con taniche distrutte e sporche, andare a raccogliere acqua negli otri che vengono posti al di fuori delle case. Acqua che, evidentemente, è poca cosa a giudicare dal loro stato di igiene e dalla loro sete cronica. 
Finita l’attività, escono ordinati e contenti stringendoci la mano. Guardandoci negli occhi, invocano una promessa: “Bukra" (domani)? 
“Tamam bukra ina!” gli rispondiamo nel nostro sgangherato arabo. Significa “domani ci saremo ancora”
Bukra!
Inizieranno a bussare alla nostra porta il primo pomeriggio in cerca di gioia, di sognare un “bukra” che gli dovrebbe spettare di diritto e che invece gli viene quotidianamente negato.  A partire dall’acqua.
Rientro in casa a rileggermi le parole di Vadana Shiva: “(…) l’acqua non è un’invenzione umana. Non può essere confinata e non ha confini. È per natura un bene comune. Non può essere posseduta come proprietà privata evenduta come merce”. 
 

KHARTOUM, 8 OTTOBRE 2004

Ci sono gioie difficili da descrivere. Amarsa è viva! È così semplice e così grandioso. Nel pomeriggio ci siamo recati in ospedale a visitare la bimba e la madre. In una corsia piena di bambini piangenti, la vediamo seduta sul lettino che mangia un biscotto. Ha ancora la sonda per la nutrizione, ma anche se la magrezza è ancora impressionante, è decisamente in via di guarigione. Ci guarda con occhio vivo e finalmente sereno.
Il buio profondo, quel buio di morte e disperazione, che vidi nei suoi occhi la prima volta che ci incontrammo, ha lasciato spazio alla curiosità ed alla gioia che dovrebbe essere un diritto per ogni bambino.
E piange. E fa la cacca. Le cose più naturali della terra per una bambina di quell’età sono il segnale che la nostra testardaggine ha avuto ragione della sorte, di un destino ormai segnato, dei pregiudizi di una madre per cui la medicina è qualcosa di sconosciuto, dei dubbi sul fatto se fosse giusto o meno aiutare solo una persona.
Salvare una vita ci pareva nulla. Ora, di fronte al mare di bambini che soffrono degli stessi problemi, non riusciamo a negarci la gioia di questa minuscola vittoria, a trattenere la voglia di festeggiare.  
È una goccia in un mare ma è per noi il segnale che “ci siamo”, che non arretriamo di fronte al destino, cha rivendichiamo il diritto di pensare ad un futuro più equo.
 

KHARTOUM, 10 OTTOBRE 2004

Karama è il nome del rito che normalmente viene celebrato come atto apotropaico di fondazione. Il rituale prevede la fecondazione della terra dello scavo con il sangue sacrificale della capra. È sicuramente un rito molto antico che peraltro si ripete in maniera del tutto simile in varie parti del mondo. Per noi che abbiamo quasi dimenticato queste tradizioni, l’atto si limita spesso ad un pranzo collettivo. Qui invece il momento culminante è proprio il sacrificio. Il rito avviene di prima mattina.
Sono d’obbligo invitato, ma pur non essendo vegetariano, mi ripugna alquanto assistere al sacrificio dell’animale. D’altro canto mi rendo conto che un mio rifiuto sarebbe interpretato come un atto di scortesia se non una sfida alla buona sorte.
La cosa si svolge, con mio grande sollievo, in modo rapido e per fortuna senza sofferenza per l’animale. Penso alla mia totale incapacità di relazionarmi con gli eventi “carnali” della vita, al fatto che sono un grande estimatore della carne eppure faccio finta di ignorare il fatto che il mio cibo proviene da un atto di morte.
Finito il rito, si procede alla cottura a cui seguirà il pranzo collettivo. L’organizzazione prevede tavoli separati per operai, bianchi, donne, dirigenti. Un atto coraggioso di Elias (il nostro capo cantiere) rivoluziona la prassi facendo un enorme tavolo dove le sessanta persone siedono gomito a gomito, senza distinzione di sesso e classe sociale. La cosa viene accolta con stupore e decisamente approvata per quanto attiene le differenze sociali...altra cosa per le donne.
Qualche malumore infatti, e soprattutto grande imbarazzo serpeggia tra alcuni uomini sul fatto di non fare un tavolo separato tra uomini e donne. E qui si vede tutta la difficoltà di un mondo che ancora non ha definito chiaramente i ruoli tra uomo e donna e che sta ancora combattendo tra tradizione e “modernizzazione”.
Anche tra di noi si presenta qualche indecisione, se non altro per rispetto della loro tradizione, ma senza indugio insistiamo sulla tavolata unica con un piccolo stratagemma che mette tutti d’accordo: le donne tutte insieme su una testata del tavolo.
Fatto l’accordo, poi l’allegria e la confusione mescolano tutti i posti ed io mi ritrovo con Marco ed Elias nel lato delle donne. Alla fine era un problema secondario.
Invece, per noi dello staff di Emergency, il vero rito di fondazione sono stati gli occhi commossi di Rossella, che dopo un anno di fatica e patimenti insieme ad Emiliano e Farbrizio, finalmente guarda felice l’enorme voragine delle fondazioni dell’ospedale.
 

KHARTOUM, 16 OTTOBRE 2004

La partenza dall’aeroporto di Khartoum è accompagnata dal triste pensiero: poco tempo fa, probabilmente con lo stesso aereo e con la stessa atmosfera di solidarietà, sono partiti i due operatori umanitari di “Save the Children” che la scorsa settimana sono rimasti vittima di una mina nella zone Nord del Darfur. 
Siamo in visita all’ospedale di El Fashir nella speranza di chiudere finalmente il protocollo d’intesa per poter iniziare i lavori di ristrutturazione del blocco chirurgico e completare la distribuzione di medicinali iniziata circa un mese fa.  
A El Fashir si percepisce che malgrado la tregua, la guerra è sempre più vicina. Ieri la città è stata bloccata all’accesso dei civili perché minacciata dall’attacco militare dei ribelli. Il mercato è stato chiuso paralizzando ed inquietando la città. Intanto persiste il coprifuoco serale e lo stato di allerta.
Oggi abbiamo potuto vedere con i nostri occhi le vittime civili di un conflitto che malgrado il cessate il fuoco, continua ad infiammarsi senza sosta.  
La visita alla corsia dell’ospedale civile di El Fashir ci mostra la guerra in tutta la sua brutalità: gambe amputate, braccia e corpi lacerati da ogni sorta di ferita da arma da fuoco. Le storie dei feriti sono le più banali e per questo le più crudeli: “Ero con la famiglia in autobus quando siamo stati attaccati da guerriglieri in cammello”.“ I miei parenti sono tutti morti! Sono stato colpito dai militari ad un posto di blocco”. “Ero al mercato e mi sono trovato in mezzo allo scontro tra  janjaweed e tora bora”. “Eravamo nel campo profughi di Abu Shook quando c’è stata una sparatoria!”.
Sono uomini, donne, bambini che raccontano le loro banali storie di atrocità come se ne possono sentire migliaia dalle voci delle vittime civili in troppe parti del mondo.  
È frustrante pensare che le persone che abbiamo visitato siano soltanto una minoranza tra coloro che hanno la possibilità di pagarsi il ricovero e le cure. Ci chiediamo quanti feriti ci siano realmente che non avranno mai la possibilità di accedere anche a questo servizio minimo che, malgrado la buona volontà dei medici locali, è di bassissima qualità.
Usciamo frustrati dal non poter essere operativi come vorremmo ma ancor di più decisi a superare i mille ostacoli che da mesi e quotidianamente si presentano sulla nostra strada.  
Usciamo ancor più convinti che la guerra, qualunque nome le si dia (chirurgica, umanitaria, preventiva o chissà quale altra diavoleria), qualunque spiegazione le si dia ha semplicemente e banalmente:  QUALCOSA DI SBAGLIATO.
Guardando gli occhi di questi civili e sentendo i loro racconti, smetti improvvisamente di interessarti ai motivi, alle spiegazioni, alle giustificazioni, alla contestualizzazione geopolitico/starategica/economico...perché c’è semplicemente e banalmente:  QUALCOSA DI SBAGLIATO.
 

KHARTOUM, 20 OTTOBRE 2004
 
È soltanto una questione di punti di vista.
Mi racconta Elias il nostro capo cantiere:
<Quando ero piccolo andavo al cinema del mio paese e vedevamo i western americani e i film di Bun Spencer e Terence Hill.
Mi ero fatto l'idea che i bianchi menassero le mani e sparassero sempre (cosa peraltro non del tutto falsa). Inoltre mia madre mi diceva che se non mi comportavo bene avrebbe chiamato l'uomo bianco che mi avrebbe portato via…..
Insomma quando a 12 anni ho visto il primo bianco sono scappato terrorizzato…. >.
Attento all'uomo bianco!
È soltanto una questione di punti di vista.
E sempre più mi convinco che l'ignoranza è il seme di ogni guerra.
 
 
KHARTOUM, 21 DICEMBRE 2004

Le stesse facce sorridenti che mi abbracciano felici!
Salamalecum!
Tornare, le stesse immagini di sempre ma dopo giorni passati nella "civiltà" questa realtà appare in tutta la sua crudezza.
Salamalecum!
Amarsa (la bambina avventurosamente salvata in estate) sta bene è guarita, cammina e sorride, ma le condizioni in cui vive non preannunciano nulla di buono per il suo futuro. Stesa per terra coperta di mosche mi guarda stupita; chi sa se nei recessi della sua mente c'è un ricordo lontano di questo bianco? Ho voglia di abbracciarla ma devo superare un senso di imbarazzo e di repulsione che mi prende nel vederla così sporca e cenciosa. Intanto arriva di corsa il fratello mongoloide, avrà 12 anni,  che urlando, nudo e coperto di fango, mi abbraccia pronunciando frasi incomprensibili.
Meno male che dopo un po’ si fa l'abitudine a certe cose, anche alla miseria!
Torno in cantiere "imprecando" a continuare il lavoro.
Verso sera andiamo a trovare Matian, uno dei bambini con cui facciamo il "dopo scuola". Matian è ricoverato in ospedale per una broncopolmenite. Per fortuna Marco e Abele avevano notato la sua assenza e, vista la situazione, portato immediatamente il bambino in ospedale. Per fortuna!! Perché la madre ed il padre (alcolizzato) per incultura ma soprattutto per la mancanza di denaro lo avrebbero lasciato macerare nella malattia aspettando che il destino facesse il suo corso.
Qui a Khartoum di notte fa freddo e di giorno molto caldo, quindi a tutti i bambini che vivono nelle baracche sono malati. Con la "goccia" al naso sempre corredata dalle mosche di ordinanza li fa sembrare tutti con i baffi, bambini e bambine.
Cerchiamo almeno di vedere gli aspetti comici della cosa, mi dico!
Si gioca, si scherza, gli regalo i colori ed i libretti portati dall'Italia.
Mi accorgo che la rabbia che mi sono portato dentro in questi mesi continua a crescere forse perché in questo periodo, quando tutti si "sentono più buoni" ti viene voglia di dire: basterebbe essere diversi! A cosa serve essere buoni pochi giorni l'anno e poi non "esserci" non partecipare alle cose del mondo.
Intanto mi passano davanti agli occhi le immagini della televisione: le "solenni" celebrazioni del "Santo Natale" fatte di tonnellate di cibo e regali!!
Meno male che dopo un po’ si fa l'abitudine a certe cose, anche al vuoto dell'inutilità!
Vado a letto "imprecando"!!!
 

KHARTOUM, 24 DICEMBRE 2004

Festeggiamo il Natale a Khartoum in attesa di partire per il Darfur. È giorno di festa per tutto il Sudan. Strano paese questo che pur essendo Islamico festeggia il Natale.
Alla faccia dell'Islam intollerante!!!
Le giornate di festa passano solitarie e tiepide a giocare con i bambini che per ringraziarci improvvisano balli e canti.
Una bambina prende un secchiello ed inizia a battere un ritmo forsennato e travolgente. Si rivelano tutti straordinari ballerini. Anche l'apatico e disperso Dem, che proprio con il disegno non riesce ad esprimersi, si rivela un danzatore straordinario.
Intanto il secchiello infuoca la danza.
Marco commenta: ma lo sai quante ore di "Parco Sempione" a battere sui tamburi come ossessi ci vogliono per avvicinare di poco questo livello?
Buon Natale! Questo ballo si che è un "dono" vero!
La sera il solito rito che condividiamo con un amico Sudanese ed un ospite Libico a scambiarsi reciproche visioni del mondo.
 

KHARTOUM, 25 DICEMBRE 2004

TG1 delle 20 per ordine di apparizione:
5 minuti dedicati ad un delitto passionale, 3 minuti per il meteo (sai che strano a dicembre nevica!!!!), 4 minuti su cosa mangeranno gli italiani (anche qui sai che novità in tavola!!), 2 minuti su un altro delitto, 4 minuti su i soldati in "missione di pace"  etc. 
 
Ma in che paese viviamo?
Sono queste le cose importanti?
Un paese che confonde il dramma di una disgraziata famiglia con drammi che provocano migliaia di morti!
Un paese che confonde militari armati fino ai denti con "portatori di pace"!
La retorica del natale, vista da qui, è semplicemente disgustosa.
E poi panettoni, torroni e pandori, in fin dei conti buon natale, mi dico!
Buon natale a tutti quelli che la pace la portano davvero,
ma tutti i giorni, non solo in qualche momento di buonismo.
Tanti mi dicono: <anche noi aiutiamo i poveri bambini dell'Africa!>; per poi guardare storto quello sconosciuto dalla pelle diversa che ci si siede vicino in treno.
NO! piuttosto cerchiamo di capire il mondo nei nostri gesti quotidiani senza retorica.
I "portatori di pace" non sono solo quelli in giro per il mondo (quelli non armati s'intende) ma quelle migliaia di persone che hanno appeso una bandiera della pace alla finestra, quelle migliaia di persone che non hanno dormito per manifestare contro la barbarie della guerre.
I "portatori di pace" siamo tutti noi che cerchiamo di vivere in modo equo e più consapevole.
I "portatori di pace" sono quelli che prima di comprare un panettone guardano chi lo produce.
I "portatori di pace" sono quelli che di fronte al capriccio di una spesa inutile sanno dire NO!
Da questa tiepida solitudine mi viene da dire che la pace è soltanto una questione di "buone abitudini".
 

EL FASHIR-DARFUR, 29 DICEMBRE 2004

Chiediamo a degli amici di El Fashir se hanno sentito gli spari durante la notte.
Ci rispondono con indifferenza:
Si, Si! Ma è solo il cambio della guardia, si usa così. Si spara!
Perplessi riprendiamo il lavoro in ospedale. Poco dopo Al Fatih (uno dei chirurghi locali) ci relaziona sul almeno 12 militari feriti tra i governativi e un numero imprecisato tra gli "altri" (ribelli e civili).
Bizzarro cambio della guardia, pensiamo!!
Indecifrabile g